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La Barcellona di Ada Colau, da occupante di case a sindaca

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Il libro di Giacomo Russo Spena e Steven Forti, “Ada Colau, la città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona” (Alegre edizioni, 2016), tra cronaca, reportage, cenni storici e interviste, serve al dibattito sull’attualità.

Alegre-Ada-Colau-copertinaLa casa editrice Alegre, e Giacomo Russo Spena, non sono nuovi a queste operazioni. Prima con “Tsipras chi? Il leader greco che vuole rifare l’Europa”, poi con “Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra”, sempre in coppia con Matteo Pucciarelli. A questo giro il secondo autore è Steven Forti, ricercatore in quel di Barcellona.

Ada Colau, classe 1974, oggi è sindaca di Barcellona, dopo una lunga campagna elettorale, basata sul concetto di “confluencia”.

Fondatrice e leader indiscussa (sino alle elezioni) della Pah (Plataforma de afectados por la hipoteca), Ada Colau ha l’obiettivo di lottare contro la povertà e la precarietà, di dare un reddito minimo garantito, di bloccare gli sfratti e dare una casa a chi non l’ha. Non convinta dalla retromarcia di Alexis Tsipras nel luglio 2015, quando cedette di fronte all’Unione Europea, dialoga con Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze greco ed oggi leader di Diem25. Entrambi sostengono che per l’Unione Europea bisogna pianificare un “piano B”. Scritto così, a qualche giorno dalla Brexit, diventa ancora più urgente.

Il libro è un resoconto puntuale. Lasciando da parte la cronaca, alla luce anche degli altri due libri, domandiamoci perché in Grecia, Spagna, e anche in Portogallo, hanno avuto luogo vasti movimenti popolari di opposizione al neoliberismo e alle politiche di guerra dell’Unione Europea?

La ragione sta nella storia recente di quei tre paesi. Spagna, Grecia e Portogallo hanno conosciuto forme autocratiche di gestione del potere, che sono ancora nei ricordi vivi, quotidiani, di chi abita in quelle terre. Chi là vive in sistemi “democratici” sa che velocemente la situazione può cambiare. In altri termini, spagnoli, greci e portoghesi hanno la forza per opporsi a nuove forme dittatoriali (la dittatura del mercato) perché nella loro memoria collettiva c’è ancora il ricordo della dittatura passata.

Vista in questa ottica, la traiettoria storica europea sembra ancora più pericolosa. Al pessimismo della ragione, tuttavia, opponiamo l’ottimismo della volontà.

In Sardegna, inoltre, esiste una questione specifica, derivante semplicemente dalla constatazione che la Sardegna è diversa dall’Italia. In questa sua diversità, se agli inizi degli anni Ottanta i catalani, i baschi e gli scozzesi venivano in Sardegna per discutere dello statuto di autonomia, ora siamo noi che andiamo a studiare lo statuto della Comunidad Autonoma de Calaluña o del Comune di Barcellona.

La differenza tra Ada Colau e tanti sindaci sardi e italiani, anche autodefinitisi “di sinistra”, è tra il dire “non si può fare nulla” di costoro, ed il “si, se puede” di Ada. Il “non si può fare nulla” nasconde, spesso, una enorme ipocrisia, che porta a eseguire sfratti, staccare l’acqua agli indigenti, a negare la dignità a centinaia di minori. Si giustifica l’ingiustificabile.

A livello individuale comanda l’ideologia del “tengo famiglia”. Il ragionamento è più o meno questo: “Sì, hai ragione, bisognerebbe abbatterli, ma io devo pensare alla mia famiglia, devo mantenere un lavoro o la possibilità di un lavoro, anche a tempo, o la possibilità di un sussidio”. Non la praticano solamente sottoproletari, bensì anche apparenti seri ricercatori in cerca di un contratto.

Il risultato è che, solo contando la Sardegna i dati sulla disoccupazione, giovanile e non, e sulla povertà non sono lontani da quelli greci. Ma la politica confonde e nasconde, ed i sindacati non aiutano. Ada Colau ci insegna che non serve né “aderire a un centrosinistra che non esiste più”, né rifugiarsi “nei soliti giri della sinistra radicale”.

Serve studiare, sacrificarsi, inventare e rinnovarsi. Non bisogna “riscostruire un campo”, bensì aprire uno spazio nuovo, dove ci sia il popolo.

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