“Renzi, com’è noto, è convinto di essere il Blair italiano. Ma Blair si circondò del meglio del suo partito, non di un gruppetto di fedelissimi. Blair prese il principale avversario, Gordon Brown, e lo fece cancelliere dello scacchiere. Se per attrarre 5 ne cacci 10, come si sta facendo, il bilancio è meno 5″. “Cambiare politiche, non solo politici. Se non cambiano le politiche, il politico cambiato si logora anche in due anni”. L’analisi del voto amministrativo, disastroso per il Pd e per Matteo Renzi, la fanno i due leader dell’era pre-renziana, Massimo D’Alema e Romano Prodi. Ciascuno a suo modo, ma da entrambi arriva quasi un giudizio senza appello sul presidente-segretario. Il Lìder Massimo, intervistato dal Corriere della Sera, usa i suoi soliti strumenti: i toni sono ruvidi, vince il sarcasmo, al limite dello sprezzo. “Non si è limitato a rottamare un gruppo dirigente, sta rottamando alcuni milioni di elettori”, la tesi per cui “abbiamo perso perché avevamo molti vecchi” (pronunciata per esempio dal senatore Stefano Esposito non ha un “briciolo di sensatezza. Mastella non ha vinto perché è un volto nuovo, Dipiazza neppure. Il giovane Giachetti non è andato benissimo”. Arriva a dire che “non c’era mai stata una pressione sui mezzi di informazione così fastidiosa come quella che esercita questo governo. Neppure ai tempi di Berlusconi“. Dal Professore, invece, ci sono parole più morbide ma che tratteggiano i limiti del fenomeno Renzi: “Quando governi – spiega Prodi – devi dare operativamente il messaggio che sai affrontare i problemi e questo non lo puoi fare senza il coinvolgimento di una forte base popolare nel cambiamento delle politiche. Devi dimostrare di capire e di andare incontro ai problemi. Il rinnovamento per il rinnovamento non è una risposta sufficiente”.

D’Alema: “Voto no alle riforme, sono peggio di quelle di B”
La notizia è che D’Alema voterà no al referendum costituzionale. Erano meglio le riforme di Berlusconi, dice. Il no è fondato su ragioni “non sono molto diverse” da quelle per cui votò No, nel 2006, alla legge di Berlusconi. “Per certi aspetti era fatta meglio – dice D’Alema – Anche quella prevedeva il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione dei parlamentari. Ma riduceva anche i deputati. E stabiliva l’elezione diretta dei senatori; non faceva del Senato un dopolavoro”. E dà un consiglio a Renzi: “È stato un gravissimo errore personalizzare in chiave plebiscitaria il referendum, inviterei Renzi a dire che resta comunque; proprio come dopo la sconfitta alle amministrative”. Secondo Repubblica, peraltro, il presidente del Consiglio starebbe pensando di sposare il cosiddetto “modello Cameron” che sulla Brexit ha chiarito che in caso di uscita dall’Ue non lascerà l’incarico di primo ministro.

“L’Italicum è robaccia”
La riforma di Renzi “peggiora le cose, perché riduce gli elementi di controllo democratico e trasforma il Parlamento nella falange di un capo”. Quanto all’Italicum, la definisce “robaccia“. “La sentenza della Corte sollevava due questioni – dice – Il diritto del cittadino di scegliere il proprio rappresentante; e il carattere distorsivo del premio di maggioranza, quando è troppo grande. La risposta dell’ Italicum è molto parziale e deludente”.

“A Roma un disastro, a Milano salvati da Pisapia”
Secondo D’Alema, Renzi ha perso la sintonia “con la base e con il Paese“. Alle amministrative, per esempio, “la sconfitta va molto al di là di specifici eventi locali”, “è una tendenza generalizzata” (Torino, Trieste, Pordenone, Grosseto, Novara, Benevento”, poi ci sono situazioni come Roma “dove la sconfitta assume dimensioni di disastro” e nella Capitale e a Napoli “ha pesato una vera e propria disgregazione del partito”. A Milano invece il Pd ha tenuto “non perché Renzi ha scelto Sala; perché Pisapia si è battuto come un leone per coprirlo a sinistra”. Fassino invece “non meritava di sentirsi dire, dopo aver sostenuto Renzi in tutti i modi – anche troppo, come presidente dell’Anci – che ‘abbiamo perso perché avevamo volti vecchi'”.

“Partito lasciato senza guida”
Per D’Alema “serve una figura che si occupi del Pd a tempo pieno. E serve una direzione collegiale. Il partito è stato volutamente lasciato senza guida”. “Renzi dovrebbe cambiare”. La speranza di un cambiamento del premier “è l’ultima a morire”, aggiunge D’Alema, “ma non mi pare una persona orientata a tenere conto degli altri e neanche della realtà; neanche di quelle più prossime, visto che abbiamo perso a Sesto Fiorentino“.

“La personalizzazione non basta se non cambia le cose”
Prodi motiva la caduta del Pd alle Comunali con “la mancanza di risposte efficaci logora. E al momento si sente la mancanza di risposte che affrontino il problema delle paure e delle cause reali delle paure”. E così si spiegano anche le varie forme del populismo: “Di fronte alla crisi, la prima risposta è sempre quella della forte personalizzazione, sia da parte dei governi che dei populismi. Ma dura poco, perché la realtà la mette alla prova dei fatti. La gente vota i politici perché spera che cambino le cose, la personalizzazione è un riflesso. Infatti in queste elezioni hanno vinto dei volti sconosciuti. La personalizzazione non regge se non cambia le cose, o non dà almeno la speranza concreta di poterle cambiare”. Sono elementi comuni ad altri Paesi e anche ad altri continenti. “C’è un’ondata mondiale – dice Prodi – partita in Francia, ora in America. Lo chiamano populismo perché pur nell’indecifrabilità delle soluzioni interpreta un problema centrale della gente nel mondo contemporaneo: l’insicurezza economica, la paura sociale e identitaria”.

“La disonestà peggiora le cose, ma la radice è la diseguaglianza”
E c’entra fino a un certo punto la voglia di riscatto morale il cui simbolo è il grido “onestà, onestà” dei Cinquestelle. Il problema è di crisi economica. “La chiami iniqua distribuzione del reddito, ma per capirci è ingiustizia crescente” aggiunge Prodi. “La disonestà pubblica peggiora le cose, ma la radice è la diseguaglianza”. I trionfatori di queste elezioni, sottolinea Prodi, “hanno risposte emotive e confuse, semplici motti specifici su angosce specifiche, via gli immigrati, punire le banche, ma neanche una riga che spieghi come potrebbero fare. Ma il loro vantaggio è un altro: sanno adattarsi alle paure”. Prima di Salvini è arrivato il Movimento Cinque Stelle: “Hanno capito per primi che bisogna cavalcare la protesta, non una protesta”.