Una lettera a Matteo Renzi per mettere sotto accusa il “sistema outlet”. Francesco Saldarini, titolare dell’omonima azienda di abbigliamento e accessori, elenca uno dopo l’altro tutti gli aspetti opachi che negli anni ha riscontrato nei villaggi commerciali in cui ha aperto un negozio. Come le architetture contrattuali che in molti casi legano i proprietari degli outlet ai singoli negozianti, con poche garanzie per questi ultimi e soprattutto per i loro dipendenti. Sempre che le clausole degli accordi non vengano sfruttate per ottenere “un illecito risparmio fiscale”, come è accaduto secondo le contestazioni della guardia di finanza al Fidenza Village, tra Parma e Milano. Con il rischio che a fare le spese di tutto questo siano anche le casse pubbliche, con “un danno miliardario”, sostiene Saldarini.

È un business che fa gola a molti, quello degli outlet. Tanto che ci si sono buttate pure figure vicine allo stesso premier, come il finanziatore della sua campagna elettorale da sindaco di Firenze, Andrea Bacci. E come il padre Tiziano Renzi, fino a poco tempo fa socio di Ilaria Niccolai, costruttrice tra i protagonisti del piano di espansione dell’outlet The Mall a Reggello (Firenze). Per non parlare delle consulenze di Tiziano a società amministrate dall’ex presidente di Banca Etruria Lorenzo Rosi attive oltre che al The Mall, anche nei progetti dei villaggi per lo shopping in costruzione a Sanremo (Imperia) e a Fasano (Brindisi). O degli interessi negli outlet che la stessa banca ha portato fino in Cina. Il fatto però è che a dare un’occhiata a come funzionano molti di questi poli commerciali salta fuori più di una contraddizione. Saldarini le mette in fila nella missiva indirizzata al presidente del consiglio. Innanzitutto la gestione degli outlet è di solito basata su contratti che prevedono non l’affitto dei locali commerciali, ma l’affitto di tanti rami d’azienda quanti sono i negozi. Rami d’azienda da restituire a fine contratto ai proprietari dell’outlet senza più dipendenti, i quali vengono dunque licenziati contrariamente a quanto stabilisce il codice civile. Su questo il tribunale di Parma si è già espresso a favore di due commesse del Fidenza Village. Mentre un altro centro, il Franciacorta Outlet Village vicino a Brescia, in una causa di lavoro ha negato davanti al giudice che i contratti di affitto di ramo di azienda fossero davvero tali.

Poche tutele per i lavoratori. E poche tutele per i gestori dei negozi che si trovano a non avere riconosciute quelle salvaguardie che le locazioni commerciali prevedono. E non per nulla due docenti dell’Harvard Business School, in un case study preparato per i loro studenti, elencano le garanzie che le leggi italiane riservano ai negozianti in affitto, come quella del tacito rinnovo contrattuale e la buonuscita. E chi è oggetto del case study? Value Retail, il gruppo anglo-americano che ha aperto proprio il Fidenza Village, insieme ad altri outlet in Europa. E che a cavallo degli anni 2000, al momento del lancio del modello degli outlet nel nostro continente, ha dovuto affrontare – scrivono i due docenti – la necessità di “aggirare la natura dei contratti di locazione europei”. Cosa che, secondo l’esperienza diretta di Saldarini in ben otto outlet, è stata realizzata. Nella lettera a Renzi l’imprenditore parla di “affitti di rami d’azienda falsi” da parte delle società proprietarie degli outlet, in alcuni casi società di natura “prettamente immobiliare”, tanto da non avere rami commerciali da affittare.

Tale strategia – secondo l’imprenditore – consente vantaggi fiscali tutte le volte che le società vendono i complessi immobiliari degli outlet e vantaggi sul regime Iva. A questo si aggiungono clausole contrattuali spesso ambigue nel definire a chi spettino le spese di manutenzione degli immobili e di conseguenza ambigue nello stabilire se la società proprietaria possa dedurre o meno a bilancio le quote degli ammortamenti. Il Fidenza Village, per esempio, lo ha fatto per oltre 7 milioni di euro in poco più di quattro anni in dichiarazioni dei redditi che la guardia di finanza ha ritenuto “infedeli”.

Non è la prima volta che Saldarini scrive a Renzi. Lo ha fatto altre due volte, ad agosto 2014 e a febbraio 2015, mettendo in copia di quest’ultima comunicazione anche il presidente dell’Inps Tito Boeri, visto che i licenziamenti illegittimi sono un costo per le casse dell’istituto previdenziale, tra indennità di disoccupazione e sgravi contributivi a chi assume lavoratori in liste di mobilità. “Danni miliardari alle casse pubbliche”, sostiene l’imprenditore, se si mettono insieme le questioni previdenziali a quelle fiscali. E se si considera che un modo di operare analogo a quello degli outlet ce l’hanno i centri commerciali, nel complesso un migliaio in tutta Italia. Risultato delle precedenti lettere? Da Palazzo Chigi nessuna risposta, mentre l’Inps, che in un primo momento si era costituita nelle cause di lavoro aperte contro Fidenza Village e Franciacorta, si è disinteressata della questione. Una nuova serie di missive è partita nei giorni scorsi. Non solo a Renzi, ma anche all’Agenzia delle entrate, alla procura di Brescia e al Notariato per segnalare i notai che hanno autenticato i contratti contestati. Una battaglia portata avanti anche attraverso la nuova associazione datoriale sindacale AssOutlet, che “si propone di colmare il grave vuoto normativo che interessa il settore ponendosi come interlocutore con le istituzioni e gli uffici preposti ai controlli, e come garante degli interessi dei marchi affittuari e dei lavoratori che operano negli outlet e nei centri commerciali”.

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