Banca Etruria ha utilizzato i soldi dei risparmiatori per investimenti che di popolare e di territoriale avevano davvero poco. Il riferimento non è tanto al prestito di 34 milioni di euro (mai restituito) alla società che doveva realizzare yacht di lusso, quanto a un’altra operazione dai contorni esotici. Il termine non è casuale. E non tanto per la quantità di denaro investito, il cui esatto ammontare non è ancora noto. L’investimento, infatti, era mirato alla realizzazione di outlet in Cina. Altro particolare non di poco conto: promotore dell’iniziativa è stato, tra gli altri, Giuseppe Fornasari, all’epoca presidente della Popolare dell’Etruria e su cui oggi pende una richiesta di rinvio a giudizio per ostacolo alla vigilanza. Nomi e fatti che meritano di essere raccontati, in attesa del verdetto del tribunale fallimentare sullo stato d’insolvenza dell’istituto di credito atteso a giorni.

LA CINA E’ VICINA (AD AREZZO) C’è una foto, in Rete, che descrive meglio di qualsiasi ricostruzione giornalistica le attività che Banca Etruria ha svolto in Cina. Al centro dello scatto databile al 2013 c’è il manager Zong Guobin. Che stringe mani con fare trionfante. La destra incontra quelle di Fornasari e di Luciano Nataloni, rispettivamente ex presidente ed ex consigliere di Banca Etruria, entrambi indagati dalla Procura di Arezzo nei vari filoni d’inchiesta sul dissesto dell’istituto. La sinistra, invece, quella di Ubaldo De Vincentiis, da decenni leader nella realizzazione di centri commerciali. Cosa fanno? Celebrano la nascita di Zhongke Outlets, joint venture costituita da Zhongke Outlets Business Administration e da Europ Invest, il gioiello di De Vincentiis, “nell’ambito di un accordo di cooperazione con Banca Etruria”, come sottolinea il sito della società. Che opera su due piattaforme operative. Quali? Lo spiega direttamente il portale: “La prima si occupa di pianificazione, progettazione e gestione dei marchi, in veste di fornitore unico di servizi immobiliari integrati. La seconda di oreficeria e affronta i meccanismi e le sfide dell’internazionalizzazione del settore”. Quale partner migliore della banca dell’oro, da tempo molto attiva anche negli outlet, potevano trovare i cinesi?

ETRURIA, EUROP INVEST E CASTELNUOVESE: UN LEGAME CHE NON PASSA DI MODA L’istituto era entrato nella partita dei centri commerciali della moda proprio sotto la gestione del democristiano Fornasari, affiancando l’affiatato tandem costituito da Europ Invest e dalla storica cooperativa rossa Castelnuovese che è stata guidata per decenni dall’ultimo presidente di Banca Etruria, Lorenzo Rosi, anche lui dalle radici scudocrociate. Le due imprese erano reduci dal successo registrato con il Valdichiana outlet village. Un progetto di De Vincentiis, come il più noto e precedente di Serravalle, poi rivenduto al gruppo Percassi e realizzato per 35 milioni dalla cooperativa di Rosi, di cui Nataloni all’epoca era presidente del collegio sindacale, mentre sarebbe salito ai vertici di Banca Etruria e della controllata Federico del Vecchio solo in un secondo momento. La tentazione è forte e così il modello viene replicato a Reggello (Fi), vicino al più fortunato The Mall che ha recentemente registrato il coinvolgimento di Tiziano Renzi nelle vesti uffficiali di consulente per la pubblicità e il marketing, oltre che dello stesso Rosi. A stretto giro parte anche il Città Sant’Angelo in provincia di Pescara. Entrambi sono firmati da Europ Invest e costruiti dalla Castelnuovese. Ed entrambi, a distanza di anni, stentano a decollare, come già riferito dal Fatto il 9 gennaio scorso. E come ben sanno in Banca Etruria, istituto di riferimento dei due progetti. Al punto che a Pescara la banca è tra i finanziatori di un prestito da 80 milioni del 2009 le cui rate non vengono pagate da anni. Per sostenere la Fashion Valley di Reggello (già Mandò) che richiedeva un investimento stimato in 100 milioni, invece, si scomoda direttamente Fornasari. Quest’ultimo nel 2011 arriva addirittura a partecipare alle trattative condotte a Pechino da De Vincentiis con un partner cinese per lo sviluppo del progetto toscano. La joint venture, riferisce la stampa dell’epoca, “prevede la realizzazione di un Fashion valley anche in Cina”.

TUTTI GLI UOMINI (E GLI AFFARI) DI UBALDO DE VINCENTIIS Ad annunciare l’accordo, di cui però non c’è traccia nelle scritture contabili delle società italiane coinvolte, era stato lo stesso De Vincentiis. Un vero e proprio enfant prodige visto che ha fondato la capogruppo del suo impero, Europ Invest, nel 1980, all’età di 27 anni. Ma di questa società anonima belga poco è dato di sapere e il diretto interessato non ha voluto rispondere alle nostre domande. Qualcosa di più, però, si sa in Italia, dove De Vincentiis sembra godere della fiducia e della compagnia di molti nomi noti alla storia imprenditoriale (e in alcuni casi giudiziaria) della Prima e della Seconda Repubblica. A fondare con lui la Europ Invest Italia srl, ad esempio, oltre all’ex consigliere di Banca Etruria e vicepresidente della Banca Federico del Vecchio, Luciano Nataloni, oggi indagato insieme a Rosi per “omessa denuncia di conflitto d’interessi” e il cui studio di commercialista ha la stessa sede di molte società di De Vincentiis, in via Mantellate 8 a Firenze, c’è anche Carlo Maffioli. Immobiliarista bresciano il cui nome e quello della sua società (la Promos), è legato anche alla realizzazione di centri commerciali in tutta Italia. Altro parterre per la Immobili e finanza, società che avrebbe dovuto concedere “finanziamenti di ogni tipo e sotto qualsiasi forma nei confronti del pubblico sia in Italia che all’estero”, ma che nei suoi pochi anni di vita ha concluso ben poco. Eppure i numeri e i nomi c’erano tutti.

A partire da Roberto Bini, l’uomo più liquido di Prato con le attività imprenditoriali più varie: dal tessile ai trasporti passando per la finanza e l’immobiliare. Spesso in partnership con quel Riccardo Fusi – vicino tanto a Renzi quanto a Verdini – condannato in secondo grado nell’inchiesta sulla cricca delle grandi opere e poi arrestato per bancarotta fraudolenta in un’indagine che scaturì proprio dalla vicenda del G8 alla Maddalena. Seguono a ruota Dario Roscioli e Roberto Zullo. Il rampollo della famiglia di albergatori romani e il suo socio commercialista all’epoca schermato da una fiduciaria, ad aprile 2013 sono finiti agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta All Inclusive su un complesso e “ingegnoso sistema di frode su scala internazionale”, che ha portato gli inquirenti a ipotizzare un’evasione fiscale da 150 milioni di euro insieme alle accuse, per gli indagati, di bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e impiego di denaro di provenienza illecita. Obiettivo: “Ottenere liquidità per rifinanziare il gruppo”, così da essere quotati sul mercato azionario americano attraverso la Southern State Sign Company di Las Vegas che a sua volta, tra gli ex manager, conta anche il genero di Sergio Cragnotti, Filippo Fucile, già direttore finanziario della Cirio, il cui clamoroso crac del 2002 è stato oscurato dal successivo caso Parmalat.