L’emendamento costituzionale che cancella l’immunità per i parlamentari turchi è la Spada di Damocle che pende sulla testa del Partito Democratico del Popolo (Hdp), principale fazione politica filo-curda in Turchia. Con 50 dei suoi parlamentari indagati sui 59 totali e ben 75 procedimenti avviati a suo carico, il leader dell’Hdp, Selahattin Demirtas, racconta a IlFattoQuotidiano.it la lotta per la sopravvivenza del suo partito che, alle ultime due elezioni, è riuscito a superare la soglia di sbarramento del 10%, entrare in Parlamento e, così, impedire al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) del presidente Recep Tayyip Erdoğan di ottenere la maggioranza assoluta necessaria a realizzare le riforme costituzionali. “Siamo noi – dice il leader – la più importante forza d’opposizione alla dichiarazione del Sultanato di Erdoğan”.

Manca solo la firma, praticamente certa, del presidente Erdoğan per cancellare l’immunità parlamentare. Si tratta di una modifica alla Costituzione pensata per colpire l’Hdp?
“Lo scopo di questo emendamento costituzionale è quello di liquidare l’Hdp dal Parlamento. Grazie ai risultati ottenuti alle elezioni parlamentari del 7 giugno 2015, siamo stati noi (81 seggi in Parlamento, ndr) a impedire le riforme costituzionali e la svolta presidenzialista volute da Erdoğan per portare a compimento la sua idea dell’uomo solo al commando. Per questo, oggi, siamo un obiettivo. Ma questo Paese e questo Parlamento non sono di sua proprietà”.

Cinquanta vostri parlamentari su 59 sono indagati. Il suo partito rischia di scomparire?
“Non c’è questo pericolo perché l’Hdp non è un partito che si limita a fare politica solo all’interno del Parlamento. Collaborando con le assemblee di quartiere e dei cittadini, con organizzazioni non governative e con le associazioni, con organizzazioni sociali come il People Democratic’s Congress e il Democratic Society Congress, con le amministrazoni locali, con assemble di donne e giovani, questo è un partito che ha una profonda relazione con la società”.

I reati che vi vengono contestati, però, sono legati al terrorismo. Sono accuse pesanti.
“Non sono le nostre azioni ad essere messe sotto processo, ma i discorsi che i nostri parlamentari e dirigenti di partito hanno tenuto a incontri, assemblee e panel. Tutte le accuse che ci sono rivolte sono una limitazione alla nostra libertà di espressione e pensiero. Quando queste accuse sono state valutate secondo gli standard democratici universalmente accettati, si è sempre ritenuto giusto che fossero coperte dall’immunità. Le nostre dichiarazioni sulle violazioni dei diritti, le ingiustizie e lo stato di terrore nei territori turchi e curdi hanno però infastidito il governo e la magistratura che è controllata dall’esecutivo“.

L’Akp vi accusa di essere l’ala politica del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato un gruppo terroristico. Molti suoi membri e simpatizzanti vi sostengono. Come potete smarcarvi da queste accuse?
“Sono accuse lontane dalla verità. Siamo certamente un punto di riferimento nella lotta per ottenere i diritti fondamentali a lungo negati al popolo curdo e portare la democrazia in Turchia. Siamo sempre stati dalla parte dei diritti del popolo curdo, una lotta storica. L’attuale governo vuole escludere l’Hdp dalla politica perché ci ribelliamo alle loro pratiche terroristiche di Stato. Per quanto riguarda il Pkk, fa parte della realtà territoriale curda. Né una soluzione a questi problemi storici, né un affidabile e duraturo progresso di pace in Turchia sono possibili se si ignora questa realtà”.

Ha paura di finire in carcere?
“Nessuno vorrebbe finire dietro le sbarre perché colpevole di perseguire la democrazia, la giustizia, l’uguaglianza e la libertà. Ma se esaminiamo gli ultimi 50 anni di sforzi democratici in Turchia, vediamo che chiunque si sia speso per questa causa ha dovuto pagarne il prezzo. È nella natura di questa lotta e noi continueremo a portarla avanti, pienamente consapevoli di tutto ciò. È inevitabile che qualche volta gli individui, e alcune volte intere comunità, paghino questo prezzo nella ricerca dei diritti, della libertà e dell’uguaglianza”.

La magistratura in Turchia è finita sotto il controllo del governo grazie alla riforma della Giustizia del 2014. Questo la spaventa?
“Oggi, come si dice, “il sale è andato a male” nella Giustizia. Non solo questa ignora le norme democratiche universalmente accettate, ma funge da organo legale dell’Akp. Questo non solo riguardo alle decisioni prese nei confronti del nostro partito, ma di tutte le voci d’opposizione: giornalisti, dipendenti pubblici, accademici, cittadini critici nei confronti del governo. Ognuno è soggetto a questo trattamento extralegale. È una situazione inquietante. Per noi è importante portare avanti la nostra lotta nel campo della legge e coinvolgere la giurisdizione internazionale“.

L’Hdp rappresenta l’ostacolo alla svolta presidenzialista auspicata da Erdoğan. È questo il motivo che sta dietro all’emendamento?
“Il più importante movimento d’opposizione democratico alla volontà di Erdoğan di proclamare il proprio Sultanato in nome di una presidenza “alla turca” è l’Hdp, insieme ai costituenti, alle organizzazioni e ai gruppi di potere con esso alleati. Erdoğan, per realizzare i suoi scopi, vuole concentrare il potere legislativo, esecutivo e giudiziario nelle sue mani attraverso questo emendamento costituzionale. Vuole estromettere le opposizioni”.

Anche gli ultranazionalisti del MHp (Lupi Grigi) e i kemalisti laici del Chp supportano questo emendamento. Siete voi l’unico movimento di opposizione?
“L’Mhp è solo una stampella del governo dell’Akp. Specialmente dopo le elezioni del 7 giugno 2015, si è allineato a tutte le decisioni prese da Erdoğan. Il Chp, votando a favore della cancellazione dell’immunità, ha dimostrato grandissimo supporto a Erdoğan e ai suoi piani di costituzione di un Sultanato. Ma l’Hdp continuerà strenuamente la sua battaglia di opposizione democratica”.

L’Akp ha nominato il ministro per i Trasporti e le Telecomunicazioni, Binali Yıldırım, nuovo leader, candidandolo alla carica di primo ministro dopo le dimissioni di Ahmet Davutoğlu. Cosa cambierà?
“Più che ‘nuovo leader’, credo che Yıldırım dovrebbe essere definito “prossimo commesso di Erdoğan”. I membri del governo e dell’esecutivo dell’Akp sono responsabili di portare a compimento solo gli ordini impartiti dal palazzo presidenziale. Ci auguriamo che non sia così, ma il corso degli eventi ci racconta questo. Né l’amministrazione del partito, né il governo prendono iniziative autonomamente. Non a caso, Davutoğlu ha dovuto lasciare la sua carica alla prima minima divergenza. Non esiste un primo ministro, un leader dell’Akp, possiamo solo parlare di messaggeri e commessi di Erdoğan”.

La Turchia sta diventando il regime di Erdoğan?
“Un “Sistema presidenziale alla turca” è già, di fatto, presente nel Paese, anche se la Costituzione non lo prevede. Il loro obiettivo è quello di trasformare una situazione de facto in una situazione de jure. Siamo al penultimo stadio prima della dichiarazione di un Sultanato con a capo Erdoğan. Ma l’opposizione democratica, dentro e fuori dal Parlamento, non permetterà che questo accada”.

Twitter: @GianniRosini