Non capita spesso che il Partito Democratico ed il Movimento 5 stelle si rivolgano al Governo ponendo, quasi all’unisono, la stessa questione, nei medesimi termini. Nei giorni scorsi, tuttavia, a Palazzo Madama sono state depositate due interrogazioni quasi-gemelle: una – prima firmataria Laura Puppato [Pd] – e un’altra – primo firmatario Vito Crimi [M5S].

Entrambe le interrogazioni sono rivolte al Ministro dei Beni e delle attività culturali, Dario Franceschini al quale viene posta, sostanzialmente, la stessa domanda: perché, nonostante una recente Direttiva europea riconosca espressamente a tutti gli autori ed editori il diritto di decidere a chi affidare la gestione ed intermediazione dei propri diritti d’autore, nel nostro Paese si continui a difendere, a spada tratta, l’esclusiva che la legge, da oltre 130 anni riconosce alla Siae, la Società italiana autori ed editori e ciò, peraltro, nonostante tale società non appaia – agli interroganti – né brillare per efficienza, né fare, per davvero, gli interessi di tutti gli autori ed editori italiani.

La Siae agisce, dunque, in regime di monopolio – si scrive nell’interrogazione a prima firma di Laura Puppato – da oltre 130 anni, nonostante l’art. 5, paragrafo 2, della direttiva 2014/26/UE, dal nostro Paese recepita, reciti che: “I titolari dei diritti hanno il diritto di autorizzare un organismo di gestione collettiva di loro scelta a gestire i diritti, le categorie di diritti o i tipi di opere e altri materiali protetti di loro scelta, per i territori di loro scelta, indipendentemente dallo Stato membro di nazionalità, di residenza o di stabilimento dell’organismo di gestione collettiva o del titolare dei diritti”; di conseguenza, ben si sarebbe potuto, e dovuto, liberalizzare la gestione dei diritti d’autore e delle licenze, per dare la concreta possibilità ai titolari dei diritti di scegliere il proprio organismo di gestione, come correttamente prospettato già dalla XVI Legislatura [ndr il riferimento è alle iniziative legislative, tra gli altri, di Francesca Bonomo e Andrea Romano [PD]”.

Ed all’interrogazione del Partito Democratico – firmata anche da esponenti del Gruppo misto e di altri schieramenti – fa eco quella del Movimento cinque stelle: “attualmente, d’altronde, gli unici Stati membri dell’Unione europea, che mantengono un monopolio stabilito e protetto da una legge nazionale nel mercato dell’intermediazione dei diritti d’autore, sono solo l’Italia e la Repubblica Ceca. Poiché il monopolio vale solo sul territorio italiano, si genera una violazione dei principi fondamentali del libero mercato europeo, giacché una società fondata, in Italia, che conosca le necessità degli artisti italiani, non può competere con la Siae, mentre una società estera potrebbe farlo; i vincoli imposti dal regime monopolistico della SIAE risulterebbero, d’altra parte, non compensati da un’adeguata remunerazione in capo agli iscritti; infatti risulta agli interroganti che la gran parte di questi, con i diritti riconosciuti, non arriverebbe neppure a ripagarsi il corrispettivo della quota di iscrizione.”.

E poi, in entrambe le interrogazioni, si snocciolano i dati che raccontano una verità nota, da tempo, agli addetti ai lavori ma spesso negata dalla diretta interessata e, più di recente, dallo stesso Ministro dei beni e delle attività culturali: non esiste nessuna “nuova Siae” o, almeno – senza voler negare gli sforzi compiuti dall’attuale management nel tentativo di salvare una società vittima di una crisi, ormai strutturale, di inefficienza – non esiste ancora e non è dato sapere se e quando esisterà per davvero.

Lo scrivono senza esitazioni i Senatori firmatari dell’interrogazione di Laura Puppato: “nel corso del proprio intervento [ndr il riferimento è all’audizione di Filippo Sugar davanti alle Commissioni riunite VII e XIV della Camera], lo stesso presidente della Siae ha più volte ribadito la circostanza secondo la quale, negli ultimi anni, la Siae, avrebbe formato oggetto di una radicale attività di riorganizzazione che consentirebbe, oggi, di parlare di una “nuova Siae” ed analoghe dichiarazioni ha rilasciato lo stesso Ministro nel corso dell’audizione; tali dichiarazioni, tuttavia, appaiono smentite dai numeri dei bilanci Siae; il risultato d’esercizio 2014 è stato, infatti, sostanzialmente identico a quello del 2010 (l’esercizio precedente all’ultimo commissariamento della società): 3,3 milioni di euro nel 2010, contro 3,4 milioni di euro nel 2014; se si guarda al margine operativo lordo, ovvero alla differenza tra il valore della produzione ed i costi di produzione, la situazione non cambia, anzi, peggiora. Nel 2010, infatti, la Siae costava 23 milioni di euro in più di quelli che produceva, mentre, nel 2014, è costata, addirittura, quasi 27 milioni di euro in più di quelli che ha prodotto. Prima del commissariamento la società produceva quasi 177 milioni di euro, spendendone circa 200, mentre, nel 2015, ha prodotto 155 milioni di euro, spendendone 182; tali numeri, come si è anticipato, appaiono smentire la tesi che la società abbia effettivamente formato oggetto di un processo di risanamento idoneo a far sperare che, nel futuro, possa riconquistare un’autentica posizione di efficienza”.

Quali siano gli orientamenti del Ministro in indirizzo in relazione ai fatti esposti in premessa – chiedono a Dario Franceschini – i Senatori del Movimento Cinque stelle e aggiungono “se non ritenga necessario assumere iniziative per liberalizzare, al più presto, il mercato del diritto d’autore, sottraendo allo Stato il monopolio legale esercitato tramite la SIAE, così come richiesto dalla società civile e da numerosi artisti italiani, da ultimo il cantante Fedez, che hanno deciso di affidare la gestione e intermediazione dei propri diritti ad enti stranieri.”.

Richieste condivise dai firmatari dell’altra interrogazione che ne aggiungono una ulteriore ed inquietante: “se risponda al vero che la Siae abbia affidato ad un intermediario estero, denominato “Valeur Capital”, o ragioni sociali simili, diverse centinaia di milioni di euro di diritti, in attesa di distribuzione di proprietà degli associati, e li abbia allocati in strumenti finanziari in giurisdizioni estere, tra cui il Lussemburgo e la Svizzera e se le commissioni pagate per tale servizio siano a valore di mercato e tracciabili fino al beneficiario ultimo”.

Le “diverse centinaia di milioni di euro di diritti in attesa di distribuzione” sarebbero – se l’ipotesi formulata nell’interrogazione fosse vera – quelli delle decine di migliaia di autori ed editori italiani ai quali, sin qui, la legge ha imposto di rivolgersi proprio alla Siae per veder garantiti i propri interessi. E’ una domanda alla quale, pertanto, il Ministro dei beni e delle attività culturali non potrà davvero sottrarsi dal dare una risposta puntuale, univoca e esaustiva.

NOTA DI TRASPARENZA: Nel post riporto – ove possibile virgolettando – affermazioni e dichiarazioni firmate da Senatori della Repubblica ma, come di consueto, mi pare corretto che i lettori sappiano che assisto professionalmente una società concorrente la Siae.