Giri di valzer nelle redazioni dei giornali, programmi televisivi non rinnovati per la prossima stagione, sostituzioni all’orizzonte alla conduzione dei talk show politici: nei media italiani c’è un fermento pieno di polemiche e strascichi velenosi che arriva (e non a caso) proprio quando sta partendo la volata lunga che porterà al referendum di ottobre sulla riforma costituzionale.

“I tempi berlusconiani degli editti bulgari non torneranno”, fa sapere il premier Renzi raccontando un aneddoto assai curioso: “Quando fu ufficiale la notizia che Floris lasciava la Rai e che per Ballarò si pensava a Massimo Giannini – racconta l’ex sindaco di Firenze al Messaggero – eravamo ancora ai tempi del Patto del Nazareno e Berlusconi mi disse: ‘Accetti un consiglio? Non prendere Giannini. Lui ti detesta, ne sono sicuro. Scegli un altro, Ballarò ti sarà utile”. Ovviamente, Renzi conclude l’aneddoto con quella che sarebbe stata la sua ultrademocratica risposta: “Presidente, a differenza tua non ho mai messo bocca su un programma Rai e non inizierò adesso”. Fatto sta che il curioso aneddoto arriva proprio quando, dalle parti di viale Mazzini, è appena partito il repulisti renziano per i prossimi palinsesti: Giannini dovrebbe lasciare il posto a qualcuno più allineato (o almeno meno ostile) e Ballarò dovrebbe diventare un talk molto più soft anche per i temi trattati e con un piglio più aggressivo e “giovane” (forse per questo si parla di Pif). Intanto, su RaiDue, la prima testa è ufficialmente caduta: Virus, il talk condotto da Nicola Porro, non tornerà in autunno. Si è discusso tanto sulla cancellazione del talk del vicedirettore de Il Giornale: per molti trattasi di epurazione, per molti altri di normale decisione aziendale su un programma che non ha mai ottenuto granché all’Auditel. Ilaria Dallatana, direttore della seconda rete Rai, in un’intervista al Corriere ha spiegato che la politica non c’entra nulla e che la decisione di cancellare Virus “rientra in una logica di innovazione dei generi”. A Porro sarebbe stato proposta un’alternativa, cioè una striscia settimanale nel preserale della domenica, a riprova – spiega Dallatana – che non ci sarebbe la volontà di “far fuori” un giornalista non certo amico di Renzi e del governo.

Ma il momento è troppo caldo su troppi fronti: Renzi si gioca tutto con il referendum di ottobre e sa perfettamente che non può lasciare nulla al caso, soprattutto il sistema mediatico che il premier e i suoi uomini più fidati hanno già dimostrato di saper maneggiare con proficua perizia. E sembra che ci sia lo zampino del governo Renzi anche nel recente licenziamento di Maurizio Belpietro, sostituito alla direzione di Libero da Vittorio Feltri. Belpietro stava conducendo una durissima campagna contro le riforme costituzionali di Renzi, Boschi & C., tanto da meritarsi il benservito. Anche perché Luca Lotti, potentissimo sottosegretario renziano e responsabile dell’editoria, ha appena sbloccato i fondi e ratealizzato il debito per il giornale di proprietà del senatore forzista Angelucci. Coincidenze? Forse. O forse no, visto che le coincidenze in politica non esistono o quasi.

Il ritorno di Vittorio Feltri a Libero dovrebbe coincidere con una linea più morbida nei confronti dell’esecutivo. Una prospettiva che preoccupa (e non poco) Giampaolo Pansa, uno degli editorialisti di punta di Libero. Nel suo Bestiario domenicale, il veterano dei giornalisti ha espresso pubblicamente il rammarico per il “licenziamento su due piedi” di Belpietro, definito “la prima vittima della battaglia per il referendum”. Pansa si rivolge poi a Feltri, auspicando che “si comporti come Belpietro”, riferendosi sì alla libertà di cui ha goduto in questi anni ma anche, c’è da giurarsi, alla linea dura contro Renzi e le riforme. All’articolo di Pansa replica il neodirettore in persona: “Caro Gianpaolo – scrive Vittorio Feltri – non capisco cosa ti faccia temere che i tuoi articoli integrali possano essere censurati da me”.