Una stretta di mano col boss del narcotraffico, eterno fuggitivo e latitante. Tutto immortalato su Rolling Stones. Uno scatto che per una casa di moda di Los Angeles ha pagato più di una campagna pubblicitaria. I protagonisti della foto sono Sean Penn e il re messicano della droga Joaquín Guzmán, meglio noto come El Chapo. Indossava una camicia azzurra, modello Fantasy-X Button Down Shirt. Andata a ruba in California, “quasi finita” sugli scaffali dei distributori di Los Angeles insieme al modello Crazy Paisley, scriveva Tmz. Anche quello indossato dal Chapo.

rolling stoneLa chiamano narcocultura, ed è un universo di gadget e abbigliamento che imita, ricalca e replica l’impronta kitch dei signori della droga. Ma è fatto anche di musica. Narcocorridos, ballate folk neomelodiche accompagnate sul palco da armoniche munizioni, ispirate alle gesta dei boss: corpi umani squartati, strisce di cocaina e regolamenti di conti. Un genere che arriva al pubblico di massa con Breaking Bad, la serie-saga del prof-produttore di metamfetamine Heisenberg, e che prosegue attraverso altri omologhi: da La Reina del Sur a Pablo Escobar: El Patron del Mal, fino a Narcos, serie epico-documentaristica targata Netflix sulla vita de re della cocaina e del cartello di Medellìn, Colombia. Quello che guadagnava 60 milioni di dollari al giorno e che ha tenuto in scacco la Dea e l’amministrazione Reagan. Un successo che – dicono dalla tv on demand pur senza fornire dati – ha superato quello di Game of Thrones, e rovescia lo spettatore nella realtà dei gangster movies del nuovo millennio. Dalla Sicilia alla Colombia e al Messico, dai padrini ai narcos. I nuovi Goodfellas vengono dal Sudamerica.

“¿Plata o plomo?”: Narcos, vita spericolata dal divano di casa – Narcos, che racconta l’ascesa e la caduta di Pablo Escobar, ha affascinato gli abbonati Netflix di Europa e Stati Uniti. El Patrón distribuiva denaro, lavoro e ricchezza alla sua rete, sempre in espansione. Impossibile rifiutare da vivi una sua offerta davanti alla domanda canonica: “¿Plata o plomo?“, soldi o piombo. “Ci sono le droghe, il sesso, i guadagni facili, la vendetta, l’assenza di regole, la volontà di potenza e l’esotismo –  spiega Fabrizio Lorusso, docente universitario a Città del Messico e autore di NarcoGuerra (Odoya) – Non importa che il loro impero sia effimero, conta arrivare in cima e farne sfoggio, o magari morire tra i fasti e diventare una leggenda. Sono alcune chiavi del successo mediatico”. Al punto che per il Telegraph la serie “crea una dipendenza devastante” e per Slate rappresenta il “ritratto della guerra del narcotraffico di cui il pubblico aveva bisogno”. “Quello occidentale, però – precisa Omar Gerardo Rincon Rodriguez, critico televisivo del quotidiano colombiano El Tiempo -. Soddisfa l’immaginario americano ed europeo: l’America Latina fatta di democrazie fallite, donne sensuali, molta droga e maschi spietati. Per noi però confonde indistintamente messicani, colombiani, brasiliani e caraibici. Insomma, tutto molto aderente ai cliché di Hollywood“. Cioè? “Dimostra che i gringos sono i buoni che arrivano a salvare dal narcotraffico i poveri selvaggi del sud e li liberano”. E al pubblico occidentale sfugge quello che per i colombiani è un errore marchiano: l’accento brasiliano del protagonista, Pablo, impersonato da Wagner Moura.

“Per loro è stata dura sentirlo, così come assistere ad alcune licenze artistiche che hanno distorto la ricostruzione storica”, spiega Sibylla Brodzinsky, collaboratrice per il Guardian dalla Colombia. Accento fedele o meno, aggiunge la sociologa dell’Università di Milano Mariolina Graziosi, “come in Gomorra, senza doppiaggio e con i sottotitoli, l’immersione dello spettatore è totalizzante. Nel film di Matteo Garrone gli attori parlano in napoletano, così come in Narcos parlano in spagnolo”. La chiave del successo? “La corruzione non è più percepita come un disvalore, ma come percorso fuorilegge per raggiungere il sogno: potere, fama, ricchezza”. Stesso principio che, ad esempio, regge House of Cards, “dove affiora l’indole criminale dei personaggi. Che uccide, corrompe e usa tutti i mezzi, soprattutto illegali”. Immagini che sdoganano l’abuso come normalità, per aprire “parentesi trasgressive” comodamente seduti sul divano di casa. Le serie tv “emozionano, ma rischiano di sterilizzare il potenziale di una tematica”, sottolinea Lorusso. Sono invece “i documentari giornalistici, come Cartel Land, o i film basati su storie vere, come La regola del gioco (Kill the messenger), che problematizzano la realtà. Scavano nel marciume, portano il grande pubblico a interrogarsi sull’intera catena criminale che da Tijuana e Medellín porta a Milano o New York e lega l’economia legale a quella illegale, i trafficanti alle autorità corrotte e agli stessi consumatori“.

Le donne dei narcos: Kate del Castillo e Virginia Vallejo – Di fatto, lo spaccato documentaristico sul personaggio-fenomeno Escobar si compone di un buon ventaglio di titoli: da Sins of my fatherLos Tiempos de Pablo Escobar fino a Pablo Escobar Angel o demonio. Poi ci sono prodotti in cui la fiction si confonde con la realtà. E’ il caso de La Reina del sur (ispirato all’omonimo libro di Arturo Perez Reverte) con Kate del Castillo. Un nome che aggiunge l’ingrediente passionale-romantico alla ricetta mediatica del narco-successo. Nella fiction interpreta una colombiana che diventerà la più grande trafficante di droga della Spagna del sud. Nella realtà è stata il tramite tra Sean Penn e El Chapo. Tra lei e Guzman decine di messaggi sexy. Flirtavano su Twitter. Lui la chiamava “hermosa“, bella. Lei “papa“, gli diceva che nessuno si è mai preso cura di lei come lui stava facendo e nel 2012, mentre girava La Reina del Sur, aveva già fatto coming out: “Oggi credo di più nel Chapo Guzmán che nei governi che nascondono la verità, anche se è dolorosa”. Ma Del Castillo non è l’unica donna famosa entrata nel cuore di un boss. Per Escobar c’era Virginia Vallejo (“rinominata” Valeria Velez in Narcos), una delle giornaliste televisive più conosciute della Colombia anni Novanta. Le sue memorie d’amore raccontate nel libro Amando a Pablo, odiando a Escobar, e in decine di interviste in tutto il mondo (sotto).

“Somos sanguinarios, nos gusta matar”: i narcocorridos – Una miscela complessa che oggi è “il nostro prodotto pop di esportazione”, prosegue Rincon Rodriguez, la rappresentazione nella fiction dell’identità nazionale, “così come i desaparecidos per l’Argentina e la mafia per l’Italia“. E che cambia il punto di vista rispetto al passato. “Dagli ’70 ai ’90 film come Quei bravi ragazzi, Il padrino, Donnie Brasco, Scarface o Gli intoccabili hanno immortalato una visione romantica delle mafie nate o trapiantate negli Usa – osserva Lorusso – Ora l’attenzione si è spostata sui produttori della droga e lungo la frontiera statunitense”. Da qui, la catena delle narconovelas, telenovele “di genere”: dal Señor de los Cielos al Cártel (de los Sapos), da Sin tetas no hay paraíso a Breaking Bad e Camelia la Texana“. Una cultura visuale e cinematografica esportata con la sua colonna sonora. Parliamo di narcocorridos, musica popolare e folklorica che canta le gesta dei killer, li esalta perché eroi anti-sistema, ex poveri arricchiti più potenti dello Stato, che giocano alla roulette russa con la vita. Tanti i pezzi che raccontano il Chapo impavido, come El señor de la montaña di Los Canelos de Durango, El encuentro con Chapo Guzmán di Larry Hernández e El regreso del Chapo di Los Tucanes de Tijuana.

“Oggi lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico o in Centro e Sudamerica, i cantanti e le band che celebrano le gesta dei narcotrafficanti sono delle star e, a partire dai classici narcocorridos, si sono moltiplicati i sottogeneri – spiega Lorusso -. Le vecchie glorie degli anni ’70 e ’80, come i Tigres del Norte e i Tucanes de Tijuana, sono state surclassate dalle nuove leve”. Ma i testi di questi corridos, “un genere nato alla fine dell’800 al ritmo di fisarmoniche, chitarre e fiati, a volte ricevono l’approvazione dei narcos prima della pubblicazione”. Tanti i temi che possono affrontare, “dalla migrazione, al razzismo fino agli abusi della polizia. Ma la versione più estrema oggi la interpreta il Movimiento Alterado (nel senso di drogato, cocainomane, ndr) e El Komander ne è l’esponente più noto”. Così come Los Sanguinarios del M1 che cantano: “Somos sanguinarios locos bien ondeados. Nos gusta matar (Siamo pazzi sanguinari, abbiamo tirato molta coca. Ci piace ammazzare)”. I testi sono “violenti, crudi”, spogliati “del vecchio romanticismo criminale per ricoprirsi invece di dollari, armi, sangue, donne, auto di lusso e cocaina”. In sintesi, testi che “potrebbe scrivere anche l’Isis“, scrive qualche utente su YouTube, e che le radio hanno provato a non trasmettere. Ma internet corre più veloce. Melodie a loro modo protagoniste anche in Breaking Bad, specialmente con la “cartel song” Negro y Azul di Los Cuates de Sinaloa, epopea del successo di Walter White-Heisenberg, prof del New Mexico che da uomo senza qualità diventa il chimico temuto dai trafficanti messicani. Che sia musica che piace solo al Sudamerica? Non proprio. Perché il brand narcocorrido arriva anche negli Stati Uniti. Nel documentario Narcocultura, il regista Shaul Schwarz segue il tour di El Komander: Texas, California, Washington, New Jersey. Tanti i gringos nel pubblico, specie a El Paso, dirimpettaia americana di Ciudad Juarez.

tacos 2Ma non ci sono solo musica e film. “Narcocultura significa tante cose – dice Lorusso – vestiti, moda, religione, linguaggi e valori”. Successo a parte in Sudamerica, in “Europa e Usa ci sono processi imitativi della narcocultura, anche se contesti molto diversi. Era successo anche con il gangsta rap degli anni ’90, tanto per citare una subcultura dei ghetti americani reputata border line, che poi spopolava pure tra le classi medie europee, anche se era finita per ridursi a una moda e alla ricerca di prodotti carissimi per sostenerla”. Oltre alla camicia Barabas del Chapo, a sfruttare la sua immagine per costruire un brand è stata sua figlia Alejandrina Guzmán Salazar che ha trasformato il nome del padre in un marchio registrato presso l’Instituto Mexicano de la Propiedad Industrial. E così potranno (in teoria) arrivare sul mercato gioielli, orologi, ombrelli, giocattoli e decorazioni natalizie col soprannome del boss. Forse l’unica attività legale mai avviata dalla famiglia Guzman. E il mondo narcofashion, secondo Metro Us, vale milioni di dollari per i trafficanti e per le grandi marchecoca tacos

Che i boss sfoggiano: il narco messicano Edgar Valdez Villarreal, soprannominato la Barbie, è stato immortalato con una Ralph Lauren al momento dell’arresto del 2010, e nel guardaroba della narcotrafficante Elizabeth Montoya de Sarria, la più conosciuta del cartelli di Cali, sono stati trovati molti capi anni 80 e 90 di Gucci, Moschino, Escada e Christian Dior. “Un’estetica – scrive ancora Metro Usa – riportata in auge dal direttore creativo di Moschino, Jeremy Scott“. E poi ci sono anche i santi-narcos. O almeno quelli che vengono ritenuti tali. “Sono la Santa Muerte e Jesús Malverde, una specie di Robin Hood di Sinaloa, fenomeni poco compresi e mistificati dai media. Sono i santi popolari della crisi, non riconosciuti dalla Chiesa, ma non corrispondono a culti demoniaci o ad uso esclusivo dei narcos”. E tra santi e demoni, anche i piatti tipici vengono riadattati: Fabricio Ramirez, proprietario del ristorante Los DesveladosMaywood in California, (qui la pagina facebook da cui sono tratte le immagini) sull’onda dell’arresto del Chapo ha rielaborato il suo menù, dai ‘Narcotacos’ (Tacos el Chapito) ai Burritos de Pablo Escobar. Claim: “Eres la coca de mis tacos“.