di Monica Di Sisto* 

Sembra quasi seccata, la Commissario al Commercio Cecilia Malmstrom, a dover ribadire sul blog della Commissione “ancora e ancora, che nessun trattato commerciale sottoscritto dall’Ue abbatterà il nostro livello di protezione dei consumatori, della sicurezza alimentare o dell’ambiente”. Travolta dal TtipLeak di Greenpeace, che rimbalza in ogni coordinata del web e anche fuori, rammenta (innanzitutto a se stessa) di avere ricevuto dai 28 governi nell’Unione un “preciso mandato” che fissa per lei delle “linee rosse” da non oltrepassare.

Ce lo ricordiamo bene, quel mandato, pubblicato sotto la presidenza italiana dell’Unione, quando da oltre anno era liberamente consultabile anche sul sito della Campagna Stop Ttip Italia: uno dei primi documenti che abbiamo pubblicato per dire che era vago e insufficiente. E la dimostrazione è tutta lì: in quei 16 documenti negoziali che restituiscono l’incapacità della Commissione non soltanto di difendere i nostri diritti – alto obiettivo – ma anche i nostri banali interessi di bottega.

Il caponegoziatore europeo Ignacio Bercero, quando il 25 novembre scorso lo incontrammo al Ministero dello Sviluppo Economico su invito dell’allora viceministro Carlo Calenda, ci chiese di fidarci di lui, perché quello che avremmo letto nel testo del Ttip una volta che avessero concluso il loro lavoro, sarebbe risultato coerente con quello che chiedevamo. Non ci siamo fidati, e quelli che abbiamo sotto agli occhi ci fa dire che abbiamo fatto bene. E che ancora meglio sarà se saremo in tante e tanti sabato 7 maggio a manifestare a Roma contro gli errori/orrori che il trattato non nasconde.

I nostri interessi: in primis, l’agricoltura

Partiamo con gli interessi: gli Stati Uniti si sono ben guardati da abbattere dazi e tariffe sul settore in cui più si concentrano le nostre richieste “di valore”. Innanzitutto i veicoli a motore, macchine, bus e camion, sui quali gli Usa intendono mantenere le barriere di prima. E anche sul tessile non mollano molto. Poi resta protetto gran parte del loro agroalimentare: i formaggi (sì, proprio quelli che il nostro governo dava per sicuri, sono esclusi dal negoziato per 144 linee tariffarie), poi gli agrumi, le olive e l’olio d’oliva, i mangimi animali, altri preparati alimentari, vini e vini frizzanti, zucchero raffinato, tabacco grezzo. Noi proteggiamo quasi solo l’agroalimentare: abbiamo chiesto di tener fuori manzo, pollame e suini e alcuni selezionati preparati, alcune linee di latte, riso, mais alcol etilico. Per i preparati di carne, però, ci siamo mostrati possibilisti, come per gran parte delle farine, e poi per la chimica, auto e camion, bici e moto, vetri e ceramiche, a patto che ci sia reciprocità dall’altra parte dell’Oceano. Gli Usa, aprono su vetro, scarpe, accessori auto, ceramiche e ferro, invece, la maggior parte delle loro aperture avverrà “a sette anni” dall’entrata in vigore del trattato, e solo quei prodotti dove il commercio transatlantico al momento è difficile perché le regole di qualità (o la concorrenza storica) ci allontanano: tessile, pellame, gioielli e latte, pollame e prodotti della pesca per quanto riguarda l’alimentare. Un affare da non perdere?

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La sicurezza di quello che mangiamo

Per quello che riguarda l’interesse nazionale, già andiamo davvero malino. Andiamo, allora, alle regole, e cominciamo con quelle di sicurezza sanitaria e fitosanitaria. (Capitolo sul SPS) E già qui vediamo che è l’Europa a proporre che “le parti assicurino che queste misure non creino una barriera non necessaria al commercio”. Il punto è: chi decide che una misura sia necessaria o meno? Al momento, le autorità nazionali, europee, e per quello che riguarda il commercio, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) e il Codex Alimentarius, più blando delle misure europee attualmente in vigore, custodito come perimetro internazionale presso l’agenzia delle nazioni Unite per l’alimentazione (Fao). Gli Stati Uniti chiedono che si attivino dei “Punti di contatto” transatlantici in ogni autorità regolatoria, che avvisino per tempo l’altra parte, se si vuole introdurre una regola che influenzi il commercio tra le due sponde dell’Oceano. L’Europa propone l’equivalenza di fatto tra i sistemi di sicurezza sanitaria e fitosanitaria tra Usa e Ue ma come misure d’equivalenza non pone il solo Codex, bensì anche l’International Standard for Phytosanitary Measures ISPM 24 Guidelines. E’ l’Unione europea che chiede che, su residui di pesticidi, erbicidi e simili nel cibo, “le parti assicurino che le tolleranze e i livelli massimi consentiti si allineino a quelli del Codex Alimentarius entro 12 mesi dall’entrata in vigore del trattato”, nonostante questi livelli siano da sempre giudicati troppo bassi dai principali esperti europei dei settore, ma anche rispetto alle valutazione espresse dall’agenzia europea Efsa, in casi anche molto discussi come l’impatto sul consumatore della permanenza dell’ormone della crescita Ractopamina, nelle carni.

L’Ue, per di più, non si oppone al tentativo d’introdurre, da parte Usa, al posto del Principio di precauzione, l’analisi di valutazione dei rischi che mette a carico di chi vuole impedire un’importazione, o eventualmente venga ne danneggiato, l’onere della prova dell’eventuale danno, “con rilevante ed evidente evidenza scientifica, inclusi dati quantitativi e qualitativi”. A chi, eventualmente, volesse introdurre una nuova regola, si chiede di valutare “alla luce di una analisi dei rischi, ogni alternativa per raggiungere lo stesso livello di protezione, di renderla disponibile all’altra parte per commenti”, prima di farlo. Se anche i livelli regolatori nazionali o tecnici lo dovessero fare, debbono spiegare pubblicamente e rendere accessibili via internet le valutazioni che hanno preso in considerazione e perché abbiano scelto questa strada.

Ogm: modernissimi e antichissimi

Si preme, da parte statunitense, per una surrettizia corsia preferenziale verso l’approvazione della messa in commercio e dell’importazione dei “prodotti della moderna tecnologia agricola”. Non li chiamano più Ogm, come è noto, ma con questa vaga definizione si chiede “che la parte importatrice indichi tempi e modi” per la loro approvazione, e se il prodotto non venisse approvato nei tempi previsti, si dovrebbe opporre un’analoga valutazione del rischio, e successivamente una nuova tempistica da rispettare obbligatoriamente. Con il Ttip si chiede a Usa, Ue e Stati annessi di aderire alla “Global Low Level Presence Initiative”, che spinge per moltiplicare quelle biotecnologie in cui la manipolazione genetica sia al livello minimo (i cosiddetti e ultradiscussi Ogm di nuova generazione), perché i prodotti derivanti vengano trattati (e quindi non tracciati) come quelli naturali. Allo stesso tempo si istituisce, oltre alla Commissione Agricoltura del Ttip, uno specifico Comitato congiunto per la gestione delle questioni sanitarie e fitosanitarie che si dovrà occupare di “risolvere le dispute Usa-Ue sulla sicurezza alimentare”. Lo modererà un “facilitatore”, tutte le sue comunicazioni saranno “confidenziali” e sarà il luogo dove Usa e Ue ragioneranno se abbia senso commerciale – non sanitario, sociale o ambientale, autorizzare procedure attualmente bandite come la risciacquatura delle carcasse col cloro o il bando degli ormoni della crescita.

Secondo l’Ue, avremmo bisogno anche di un gruppo di lavoro sul Commercio dei prodotti delle tecnologie dell’agricoltura moderna, presieduti da “esperti delle agenzie commerciali” delle due parti, sottraendoli così alla regia scientifica, perché vengano diffuse e valutate solo alla luce della mera ragione commerciale. Su questo l’Unione europea tace e non contrappone nemmeno una parentesi vuota, dimostrando di camminare ben oltre e ben spedita oltre il mandato che le era stato affidato.

*vicepresidente dell’associazione Fairwatch, tra i portavoce della Campagna Stop Ttip