Alla macelleria di papà Mario preferiva il pallone, prima all’oratorio di San Saba e poi nel Dodicesimo Giallorosso. Dell’aria che si respirava in quella bottega al Testaccio, dove tagliava fettine e insaccava salsicce anche il fratello Carlo, Claudio Ranieri ha però ancora ben in testa l’odore del lavoro. È una delle parole ripetute più volte in questa stagione, la migliore della sua vita. Sarà che in quella banda consegnatagli in estate, c’è parecchia gente abituata a sgobbare per davvero. Il concetto di percorrere un metro in più per coprire il buco di un compagno e di spendersi fino all’ultimo respiro per un obiettivo ha subito fatto breccia nell’anima operaia di Vardy e nella testa di giocatori fino a pochi mesi fa di secondo piano come Mahrez e Kanté. Il vero capolavoro di Claudio Ranieri è questo. Non ci sono favole né miracoli nella Premier vinta dal Leicester. C’è sudore, applicato a ogni aspetto della vita dello spogliatoio e ribadito ossessivamente in ogni occasione.

Dopo la vittoria per 1-0 sul Crystal Palace, Sir Claudio ha mantenuto la promessa. “Se vinciamo senza prendere gol, andiamo a mangiare una pizza”. E allora tutti da Peter Pizzeria. Seduti ai tavoli? Macché. Come ha raccontato in una lettera aperta a The Players’ Tribune, i giocatori sono finiti in cucina: “Dovete lavorare per tutto, anche per la vostra pizza. Ognuno farà la sua”. Lavoro, lavoro, lavoro, come ha spiegato anche ai tifosi che in questi mesi lo hanno fermato migliaia di volte in strada. “Sognate voi, noi non sogniamo. Semplicemente lavoriamo duro”. Lo ha sempre fatto, Ranieri. Ma forse questa volta, rispetto a tante altre occasioni, si è ritrovato nel posto giusto al momento giusto: lontano dai riflettori, assieme a un manipolo di carneadi che aveva voglia di ascoltare un 64enne da tre decenni in panchina e con una vita descritta come quella dell’eterno secondo. Colui che, sì, fa bene ma c’è sempre qualcun altro che fa un po’ meglio di lui. E dei secondi non si ricorda mai nessuno. Se non per schernirli, per girare il dito nella piaga. Nessuno chiederà scusa per averlo etichettato così.

Di tutti loro, in fondo, Ranieri ride da anni. Non toglierà macigni dalle scarpe nemmeno adesso. È un lord, un romano d’Inghilterra. Mai una parola fuori posto, mai un compromesso. Trent’anni fa, la prima panchina fu a Lamezia Terme. Andò via dopo tre mesi perché attorno alla società gravitavano personaggi da evitare. Nel 2000, dopo le promesse impossibili di Jesus Gil e la bancarotta dell’Atletico Madrid, il curatore fallimentare gli disse che in caso di sconfitta sarebbe stato esonerato. Annunciò le dimissioni e girò i tacchi: “Non si è mai visto un giudice che esonera un allenatore”, ha ricordato recentemente. Quando allenava la “sua” Roma, nel 2009/10, contro la Lazio, mise a sedere Francesco Totti e Daniele De Rossi a metà partita. Vinse. E del resto nei derby, Ranieri, sa fare solo quello. Non ne ha mai perso uno: nella Capitale, a Madrid, a Milano e pure in Inghilterra. Ha sempre dato l’impressione d’essere l’uomo buono per il botto singolo ma incapace di tenere il ritmo sul lungo periodo. Alla Puteolana, secondo incarico della sua vita, non fece bene ma mandò k.o. il Cagliari, appena retrocesso dalla Serie B e infarcito di grandi nomi. Non bastò per conservare l’incarico, ma fu abbastanza per convincere i sardi a ingaggiarlo qualche mese dopo.

Ranieri allenatore nasce lì, sull’isola: due promozioni e la salvezza in A del ‘90/91 dopo una stagione difficilissima. Arrivò quint’ultimo in rimonta, mentre la Sampdoria si faceva un po’ Leicester d’Italia e vinceva lo scudetto. A Napoli riconquistò l’Europa in una città orfana di Diego Armando Maradona. In quattro stagioni alla Fiorentina infilò una promozione, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. A Valencia, sul finire dello scorso millennio, mise in bacheca una Coppa del Re e la qualificazione alla Champions. Sembrava il momento di svolta, invece sono seguiti quindici anni nei quali i suoi risultati hanno sempre avuto una lettura negativa. Ranieri nel posto giusto ma nel momento sbagliato, è la usa amara riflessione. Al Chelsea arrivò secondo in Premier e raggiunse una semifinale di Champions League prima che Roman Abramovich elargisse i milioni pesanti per il calciomercato. Lo chiamavano Tinkerman per via dell’incertezza nel fornire la formazione, cui tra l’altro abbinava un inglese perfettibile (e perfezionato, poi). Nella seconda esperienza a Valencia vinse la Supercoppa Europea, ma sette mesi dopo era già tutto finito a causa dell’eliminazione dall’Europa per mano dello Steaua Bucarest.

Si fermò a riflettere per due anni, poi andò a Parma e lo salvò. Il miglior modo per riaffacciarsi in Italia, dove mancava da quasi un decennio. La Juventus lo cacciò a due giornate dalla fine da terzo in classifica. Uno schiaffo in faccia dopo aver agguantato la qualificazione alla Champions League subito dopo Calciopoli e aver battuto due volte il Real Madrid. Sul finale di campionato, bastarono 6 pareggi e una sconfitta per chiudere il rapporto. A Roma tolse il disturbo a metà della seconda stagione. Tutti ricordano i giallorossi “anarchici” (il copyright è di Ranieri) di quell’anno, ma dimenticano il precedente chiuso al secondo posto, 2 punti dietro l’Inter di Mourinho, dopo il suo arrivo in corsa. Dal giorno del suo arrivo a Trigoria, la Roma fece meglio dei nerazzurri. Che infatti si ricordarono di lui nel 2011 per il post Rafa Benitez. Era l’inizio della parabola discente interista. L’avventura partì con il piede giusto, poi la squadra crollò. Gli affibbiarono la colpa, ma Stramaccioni e chiunque sia venuto dopo non ha poi fatto tanto meglio. Ha “incassato” perfino a Monaco, dopo aver dominato la Ligue 2 ed essere stato il migliore dietro il Paris Saint Germain. Dopo tanti secondi posti, un’avventura davvero sbagliata in Grecia, nel 2014, alla guida della Nazionale. In quattro partite rimedia appena un pareggio e tre sconfitte contro Romania, Irlanda del Nord e Fær Øer. Lo mandano via. Lui dice che non aveva l’aiuto di nessuno, che “mancava il sistema” e lavorava da solo: “E un buon tecnico da solo non serve a niente”.

Una pagina Facebook che segue il calcio inglese, negli scorsi giorni, ha ripescato tutti gli insulti pubblicati sotto il post dell’annuncio del suo ingaggio da parte del Leicester. Il meno cattivo, letto oggi, fa comunque ridere perché pronosticava la retrocessione con mesi di anticipo. A Ranieri, in fondo, era stato chiesto poco di più: la salvezza con un centravanti ex operaio. Una sfida difficile se non impossibile. Per Sir Claudio da Testaccio, figlio di un macellaio, uomo con in testa ancora l’odore del lavoro, era invece il clima ideale, il posto giusto al momento giusto. Dopo un lungo peregrinare, lo ha trovato a 64 anni nel cuore dell’Inghilterra. A Leicester ha potuto trasmettere il verbo: “Noi non sogniamo. Semplicemente lavoriamo duro”. E ha disegnato molto più di una salvezza. Non un miracolo né un sogno. Una cosa assurda, romantica e bellissima, chiamata capolavoro.

twitter: @andtundo