di Federica De Giorgi*

L’accordo Ue-Turchia prevede di affrontare il flusso di migranti e richiedenti asilo che viaggiano attraverso l’Egeo dalla Turchia consentendo alla Grecia di rimandare in Turchia tutti i nuovi migranti irregolari, ovvero quelli che risultano tali a decorrere dal 20 marzo. In cambio, gli stati membri si impegnano ad aumentare il reinsediamento dei rifugiati siriani residenti in Turchia, accelerando la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi, la realizzazione dell’unione doganale e aumentando il sostegno finanziario in alcune zone siriane limitrofe alla frontiera turca. Per i leader europei l’obiettivo è chiaro: arrestare gli arrivi in Europa in un paese terzo. La politica di prevenzione anti-immigrazione sembra costituire un collante perfetto in un sistema ibrido a carattere sovranazionale come quello europeo, fratturato al suo interno anche a causa dei crescenti fenomeni transazionali di affermazione dei movimenti populisti.

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Tuttavia, questo accordo mette in luce tutte le incoerenze nel sistema Europa che da decenni si vanta di adottare alti standard di qualità per i richiedenti asilo. Il piano d’azione appena varato permette, invece, il diretto rimpatrio almeno in due circostanze: il primo caso è quello degli individui che non avendo fatto domanda secondo le procedure e i tempi previsti per l’ottenimento del visto, risultino irregolari. Il secondo caso è costituito da coloro che, pur procedendo con le richieste ufficiali di asilo, provengono da un paese che non è considerato eleggibile per la protezione (tuttavia la definizione “Paese d’origine” si applica non solo al paese di partenza, ma si estende anche all’ultimo paese da cui sono partiti). Quello che le organizzazioni umanitarie, però, temono è che la Turchia non rispetti gli standard europei nell’accoglienza e nella salvaguardia di rifugianti e richiedenti asilo.

Come si evince da uno dei rapporti più recenti (pubblicato nel marzo 2016) del Migration Policy, The Paradox of the Eu-Turkey Refugee Deal, a quella data il sistema turco non era riuscito a smaltire più di 200.000 richieste d’asilo e solo 38.595 persone avevano ricevuto protezione. Oltre alle sfide degli standard dei richiedenti asilo in Turchia, emergono, quindi, anche problemi logistici ed organizzativi, e non solo per il governo turco. Il sistema dei “punti caldi” (hotspot) –il recente complesso di prima accoglienza per i migranti irregolari in cui si attesta il maggior numero di arrivi sul suolo Ue per l’eventuale ricollocamento sul territorio in base alle quote– sembra non funzionare in Grecia. La registrazione a livello europeo richiede circa sei mesi di tempo e durante questo lungo processo spesso le informazioni per l’identificazione risultano carenti.

Inoltre la progressiva trasformazione degli hotspot in veri e propri centri detentivi solleva anche problemi umanitari. I paradossi e i limiti del piano d’azione, tuttavia, non si riducono soltanto a preoccupazioni umanitarie e logistiche. Alcuni paesi dell’Unione, come la Polonia, hanno già fatto un passo indietro rispetto al sistema di quote previsto e negoziato nell’accordo. Il primo ministro polacco, a seguito degli attentati di Bruxelles, ha dichiarato che non accoglierà più i 7000 rifugiati assegnati al suo paese. La Polonia aveva, infatti, pianificato di accettare 400 rifugiati nel 2016 e il resto nei successivi tre anni. Il presidente, Andrzej Duda, sulla scia delle proteste capeggiate dal movimento nazionalista “National Radical Camp” si è giustificato dicendo che la priorità adesso è la difesa dei suoi cittadini dall’invasione degli immigrati.

L’Ungheria appare, invece, meno riottosa della Polonia. Il segretario di stato per gli affari europei Takács Szabolcs ha di recente dichiarato che “la UE dovrebbe difendere da sola i propri confini, senza l’ausilio della Turchia”, ma ha anche aggiunto che “se l’accordo porterà a una riduzione dei flussi migratori ben venga, lo supporteremo”. Una posizione pragmatica, che attende di valutare se il flusso di migranti in pressione da Serbia e Montenegro diminuirà effettivamente nei prossimi mesi a seguito dell’entrata in azione del piano. Tuttavia il primo ministro Viktor Orban, tristemente celebre per le dichiarazioni su migranti e libertà d’espressione, ha anche annunciato che sulle quote previste dal piano bilaterale sarà indetto un referendum in modo che possa essere la popolazione ungherese a decidere.

È questa, infatti, la posizione dei nuovi leader populisti di destra che stanno riscuotendo molto consenso in Europa (si veda il primo turno delle elezioni austriache), che propongono di schierare l’una contro l’altra la volontà popolare contro la necessità umanitaria e solidale di accogliere immigrati e rifugiati in fuga da povertà e guerra in una terribile ma efficace riproposizione del motto “mors tua, vita mea”. Un ricatto ideale al quale si spera che i popoli europei abbiano il coraggio e la lucidità di sottrarsi.

*Ricercatrice Unimed