Il naturale desiderio di maternità si può trasformare in una ossessione che rischia di rovinare tutto il resto? Sì, almeno a leggere il libro di Marta Verna Nessuno esca piangendo (UTET, 12 euro). Centoventicinque pagine di sorprendente intensità emotiva, di alternarsi di vite mai nate e morti dolorosissime, di speranze frustrate e di disperazioni totalizzanti che arrivano e travolgono tutto. No, non è un romanzo: è tutto vero. Marta Verna è un medico e si occupa di oncologia pediatrica: è impegnata quotidianamente, insomma, nella lotta a volte impari tra piccoli esseri umani e malattie che probabilmente li strapperanno via troppo presto alla loro vita. Ma Marta è anche la moglie di Fabio e in fondo ha sempre avuto un solo grande desiderio: diventare madre. Un desiderio mai realizzato, perché la natura è beffarda assai, che l’ha attirata in un vortice di ossessioni e deserti emozionali che hanno rischiato di toglierle anche quanto di buono era riuscita a costruirsi attorno.

Nessuno esca piangendo è una sorta di viaggio attraverso i fallimenti umani di Marta, quelli che in realtà potrebbero essere di chiunque altro. Nel libro si alternano i tentativi di restare incinta dell’autrice e le storie spesso struggenti di bambini malati e destinati a morire. È un giro a tutta velocità su montagne russe emotive che travolgono il lettore e lo costringono a mettersi nei panni dell’autrice, del marito Fabio (se fosse un romanzo, il personaggio di Fabio sarebbe uno splendido affresco di un antieroe umano, troppo umano, fragile, in continua lotta con i sensi di colpa e l’incapacità di risolvere un problema di cui è causa involontaria), ma anche dei bambini che Marta ha curato e dei loro genitori. È un duello tra vita e morte che commuove, ma è soprattutto il diario di una donna protagonista di un beffardo disegno del destino.

A tratti può sembrare un flusso di coscienza quasi terapeutico, e forse Nessuno esca piangendo è nato proprio così. Ma poi lo sfogo dell’autrice (che ha avuto il coraggio di rendere pubbliche delicate e a tratti imbarazzanti dinamiche familiari) si allarga e diventa altro. All’inizio è un torrente di montagna, che prova a farsi largo tra impervie rocce, poi diventa un fiume in piena, ampio e tumultuoso, che contiene in sé tutte le fragilità umane. Un fiume carico di dolore che in più punti straripa e porta tutto via con sé: sentimenti, quotidianità, routine, speranze, sogni, ma soprattutto un desiderio ardente di normalità che l’autrice vive quasi come una colpa. In fondo, vuole solo essere madre. Nonostante sia una donna emancipata e professionalmente affermata, nonostante sia cresciuta nella sincera convinzione che la realizzazione di una donna non debba obbligatoriamente passare attraverso la maternità. Ma non c’è sovrastruttura culturale che tenga, quando la natura decide di irrompere sulla scena. Nessuno esca piangendo è proprio questo: il trionfo della natura, con tutti i suoi difetti, sull’idea di vita che ognuno di noi crea assemblando formazione culturale, educazione, status sociale. Marta Verna prova ogni volta a reagire, ma poi si arrende all’ineluttabile. La sua travagliata storia matrimoniale (con echi da cinema bergmaniano) intenerisce e atterrisce al tempo stesso: perché spesso non basta l’amore a tenere insieme due persone, perché ci sbatte in faccia la fallibilità delle relazioni interpersonali a dispetto di sentimenti e intenzioni. Fabio e Marta sono i due estremi di un elastico messo a dura prova da continui tira e molla, da una danza triste tra speranze e rese. E nessuno si aspetti da questo sorprendente libro delle ricette per venirne fuori, perché l’autrice non ne ha e non pretende di averne. La fine è aperta, con un pizzico di inattesa speranza.

Si può essere felici senza essere genitori? Domanda sciocca, forse, alla quale tutti risponderemmo “Sì” senza pensarci troppo. In Nessuno esca piangendo, però, c’è la risposta di Marta Verna, una donna molto più forte di quanto essa stessa non creda, che riesce a parlare a nome di tutti noi, o almeno di una parte del nostro animo che sa perfettamente che ognuno ha una vocazione e un progetto di vita. In quello di Marta c’è sempre stata Caterina (la figlia mai nata), il cui mancato arrivo condizionerà per sempre (e l’autrice lo sa perfettamente) tanto la sua esistenza che quella di Fabio. Il confine tra la caduta nel baratro e la serena rassegnazione a un progetto diverso riservato a ciascuno di noi dal caso è labile assai. Marta ha ballato per anni su questo sottilissimo filo e probabilmente continuerà a farlo per sempre. Forse al fianco di Fabio, forse no. Forse riuscirà a stare in piedi, forse no. Di sicuro, chi legge il suo libro sentirà l’inarrestabile bisogno di fare il tifo per lei.