L’inquinamento di olio greggio provocato, nei pressi di Genova, dalla rottura di una tubazione fra la nave e il deposito costiero, ha chiamato ad operare, oltre che l’organizzazione dell’impianto: i vigili del fuoco, l’Ispra, la protezione civile, la Guardia costiera, le società dei servizi di disinquinamento in mare e a terra, l’Arpal, e tutti gli enti competenti ad intervenire in casi del genere.
Sono costi altissimi, ma i più consistenti saranno pagati dal terreno ormai imbevuto di petrolio; dai cittadini che ne subiscono i miasmi; dal mare, già raggiunto dall’olio ed esposto a maggior contaminazione per le attese piogge di fine settimana.

Sversamento petrolio a Genova Ovest tra il rio Fegino e il torrente Porcevera

Chi, per spiegare cosa sia un inquinamento chimico, usa immagini di uccelli marini incatramati o di pesci morti sulla riva, viene ormai accusato di ambientalismo di facciata, subendo, per questa forma di comunicazione, le stesse irrisioni che cadono sui cosiddetti “buonisti”: la modernità esige il cinico ottimismo degli affari e la difesa dell’esistente che – oggi come mai prima – è il migliore dei mondi possibili.

Sulla dinamica dell’evento di Genova è troppo presto per esprimersi, salvo qualche riflessione, sull’onda del dibattito (scarsissimo, tardivo e, da parte di molti, troppo strumentale) intorno al referendum di qualche giorno fa.

I controlli sugli impianti petroliferi – depositi costieri, raffinerie, soprattutto le piattaforme in mare – non sono affatto semplici e quasi mai sono non programmati, ma impongono il coordinamento con la direzione dell’impianto. Le piattaforme in mare, in particolare, sono raggiunte in elicottero a spese del soggetto controllato e, poiché vivono in una zona grigia che le pone a metà fra la nave e l’impianto industriale terrestre, il loro status incerto crea una confusa copertura normativa.

Tutto ciò molto dice sulla possibilità che gli ispettori, anche i più abili, sappiano dove, come e quando metter le mani.