Il 30 dicembre 2015 il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca dichiarava: «Nel 2016 dobbiamo liberare la Campania dai campi rom, svuotarli. Se c’è gente che vuole continuare a vivere così deve essere espulsa dal nostro territorio».

Nella terra campana i rom che vivono in emergenza abitativa sono più di 5.000, poco meno dello 0,1% della popolazione totale. Circa 100 vivono nel centro di accoglienza per soli rom “Grazia Deledda”, poco più di 3.000 nelle 14 baraccopoli informali, 2.300 circa nelle 6 baraccopoli costruite e gestite dalle istituzioni. Da anni si vive una situazione di stallo, ma dopo le esternazioni del governatore De Luca, qualcosa sembra muoversi e in pochi mesi la Regione si è improvvisamente ritrovata sotto la lente delle più importanti organizzazioni per i diritti umani. Era giù accaduto anche dopo l’incendio di alcuni insediamenti a Scampia, nel 1999 e quello di Ponticelli, nel 2008 che aveva dato l’avvio dallo “Stato di Emergenza Nomadi” conclusosi alla fine del 2011.

campo rom

De Luca vuole «liberare la Campania dei campi» e per farlo occorre spostare i rom che vivono al loro interno. Ma l’esperienza insegna che a Napoli, così come già avvenuto a Roma e Milano, trasferire famiglie rom fa lievitare o precipitare il valore dei terreni; costruire nuovi insediamenti mette in moto la macchina degli appalti; mantenere uno stato di segregazione abitativa schiaccia i diritti e alimenta la criminalità organizzata.

Oggi in Italia la partita del “sistema campi” si sta giocando sul territorio amministrato da De Luca ed il suo centro sta a mezz’ora di macchina da Napoli, sopra una collina, in un fazzoletto di terra sovrastante la discarica di Masseria del Pozzo. In questo girone dantesto, nell’epicentro di uno spaventoso inquinamento ambientale, vivono una manciata di famiglie rom scappate dal disfacimento dell’ex Jugoslavia. Quattro mesi fa la Giunta della Regione Campania ha deliberato per quelle famiglie la costruzione di un nuovo “campo” impegnando 900mila euro come contributo straordinario del bilancio della Regione. Due mesi dopo si è scomodato anche il ministro Alfano che a Napoli ha sottoscritto un protocollo d’intesa con il governatore De Luca e la Prefettura, mettendo sul piatto altri 400mila euro. Un totale di 1milione e 300mila euro per tirare su 44 container. Solo un anno prima il Commissario di Giugliano, dopo un dialogo aperto con rom e attivisti, aveva chiesto ad Alfano mezzo milione di euro per collocare stabilmente le famiglie dell’insediamento di Masseria del Pozzo in alloggi convenzionali. La richiesta era caduta nel vuoto…

Ma allora perché decidere di spendere il doppio del denaro per il progetto dell’ennesimo “campo rom”? De Luca non aveva parlato di svuotare i campi? A chi conviene la scelta segregazionista?

Se lo chiede il Centro Europeo per i Diritti dei Rom che nei mesi scorsi ha sostenuto alcuni abitanti dell’insediamento di Giugliano che hanno presentato al Tribunale Civile di Napoli un’azione per far riconoscere il carattere discriminatorio del comportamento dell’Amministrazione di Napoli quando ha realizzato l’insediamento di Masseria del Pozzo.

Se lo chiede Amnesty International che l’8 aprile scorso ha lanciato una campagna aperta alla sottoscrizione dei suoi sostenitori in tutto il mondo contro la segregazione dei rom in Italia, incarnata dal caso di Masseria del Pozzo, a Giugliano.

Se lo chiedono i rom e attivisti che a metà aprile a Palazzo san Giacomo hanno espresso tutto il loro disappunto nel corso del workshop organizzato da Romact, il programma lanciato dall’Europa nel 2013 per assistere gli amministratori locali in politiche inclusive. Nel corso dello stesso si è discusso di un nuovo mega ghetto che De Magistris vorrebbe realizzare con fondi europei a Scampia, malgrado la contrarietà di tutti.

Se lo chiedono i cittadini campani, quelli che giornalmente si battono contro la malavita, la criminalità organizzata, i colletti bianchi.

L’unica risposta sinora pervenuta è quella del Comune di Giugliano che, nella memoria difensiva all’interno dell’azione discriminatoria, ha ritenuto sufficiente sostituire il termine “campo rom” con «fattoria sociale», la versione “Mulino Bianco” di rom felici che coltivano appezzamenti di terra rigogliosa e incontaminata.

Progetto, assicurano gli avvocati del Comune, «unico in Europa»: ma su questo non nutrivamo dubbi. Resta solo da capire chi ci guadagna dietro la segregazione abitativa dei rom in Campania.