Abbiamo ricordato il magistrato Gabriele Chelazzi, lo abbiamo fatto nell’aula bunker di Firenze dove si sono svolti i processi per le stragi del 1993 . Non smetteremo mai di ricordare l’allora Vice Procuratore Nazionale Antimafia Gabriele Chelazzi, perché siamo fermamente convinti sia il magistrato che ha ridato dignità all’Italia quando ha fatto condannare il gotha di Cosa Nostra per le stragi del 1993, sette stragi in meno di un anno, episodio mai avvenuto nella storia d’Italia, prefiggendosi di lì a poco di consegnare alla giustizia e alle patrie galere i “concorrenti “ esterni alla mafia per le stragi del 1993.

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Concorso in strage, 20 anni di carcere secondo il codice , non l’ergastolo come a Riina ma il concorso in strage sì. E’ morto prematuramente, le cose non sono andate come lui ci aveva promesso, ma noi ricorderemo sempre il suo sforzo. Niente di particolare, solo il nostro dovere, ma dopo 13 anni dobbiamo constatare che quando si parla di Chelazzi il dovere di cronaca va a farsi benedire. Ieri le agenzie hanno battuto l’informazione sull’evento da noi voluto in Tribunale a Firenze, ma nessuno, proprio nessuno ha scritto una riga, neppure una parola sulle Tv locali, insomma il “basta non se ne può più di questi ricordi” è risultato chiaro e sembra quasi uno schiaffo.

Non ci scoraggeremo per così poco. Abbiamo la nausea sul dovere di cronaca che ogni giorno sale alla ribalta nei talk show: pensiamo a quanto è andato in onda con la trasmissione che ha dato spazio a Salvo Riina, condannato per associazione mafiosa, il figlio del boss Salvatore Riina condannato per le stragi del 1993; ebbene, in quel caso si è invocato il dovere di cronaca.
Quindi, nonostante un dovere di cronaca che dimentica personaggi illustri della storia italiana come Chelazzi per concedere visibilità ai mafiosi, noi continueremo a ricordare il magistrato che ascoltando più di 60 collaboratori di giustizia e mettendo insieme prove oggettive ha formato la prova penale per la condanna di uomini che volevano attraverso l’uso del tritolo far abolire il 41 bis e tanto altro ancora.

Collaboratori di giustizia che hanno versato fiumi di parole contro uomini di cosa nostra, ma che si sono chiusi come ricci quando è stato il momento di parlare di politici. Per questo ieri abbiamo usato l’espressione “pentiti a metà”, collaboratori che hanno detto a Gabriele Chelazzi tutto ciò che c’era da dire sui capi di Cosa nostra, ma non hanno fatto in tempo a verbalizzare con lui altri nomi per altri processi oltre la mafia. E, dopo di lui, il nulla.