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L’ultima frontiera della mala foggiana, le bande dei bancomat: la rete delle giovani leve in azione in tutta Italia

La Procura smantella un gruppo capeggiato da un 19enne. Nelle ore successive tre nuovi attacchi confermano la capacità di rigenerazione di una criminalità mobile e organizzata
L’ultima frontiera della mala foggiana, le bande dei bancomat: la rete delle giovani leve in azione in tutta Italia
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Neppure il tempo di arrestare una banda, che altre tornano a colpire. Tre assalti in una notte, tra il Salento e il Foggiano, a distanza di neanche ventiquattr’ore dal blitz della Procura di Foggia contro una batteria dedita ai colpi contro gli sportelli bancomat con la tecnica della marmotta. È il paradosso di un’emergenza che sembra non conoscere tregua, una fotografia che racconta più di qualsiasi statistica. Perché dietro i tre colpi consumati nelle ore successive all’operazione dei carabinieri c’è il volto di una criminalità organizzata diffusa, mobile e capace di muoversi dal Tavoliere verso ogni angolo della Penisola. Una rete che, nonostante gli arresti, continua a dimostrare una preoccupante capacità di rigenerazione. Nel Salento, tra Scorrano e Muro Leccese, sei malviventi a bordo di un’Alfa Romeo Giulietta hanno tentato di mettere a segno due azioni. Nel Foggiano, invece, quattro uomini hanno fatto esplodere lo sportello Atm della BPM di Cerignola.

Il sintomo che sono molte le cellule che continuano a muoversi con la stessa rapidità e con identiche modalità operative. Un unico cliché che troviamo anche nell’indagine della Procura di Foggia che ha portato all’arresto di sette persone, con a capo un ragazzo di soli 19 anni, tutte originarie della provincia foggiana, ritenute parte di una struttura criminale dedita agli assalti agli sportelli automatici attraverso la tecnica della “marmotta”, l’ordigno artigianale inserito nelle bocchette dei bancomat per far saltare le casseforti e impossessarsi del denaro. Secondo gli investigatori, si tratta di gruppi capaci di spostarsi per centinaia di chilometri, colpendo in Toscana, Campania e in numerose province del Centro-Sud. Un’organizzazione mobile, con basi logistiche, auto rubate o noleggiate, esplosivi, strumenti da effrazione e ruoli rigidamente definiti. Una criminalità itinerante che parte dal Tavoliere e sceglie obiettivi lontani dai luoghi di residenza per ridurre i rischi investigativi, qualcosa che ricorda l’evoluzione delle bande cerignolane specializzate negli assalti ai portavalori, da anni in azione in tutta Italia.

Nelle carte dell’inchiesta emerge la figura del diciannovenne Ivan Ameri di Borgo Mezzanone (Manfredonia), indicato come “capo, promotore e organizzatore” del gruppo. Ma anche il resto della squadra ha piu o meno la sua età. Oltre ad Ameri, il provvedimento emesso dal gip del Tribunale di Foggia colpisce Enea Dervishi, 19 anni, residente a Orta Nova; Andrea Cordisco, 20 anni, residente a Ordona; Gaetano Lopes, 51 anni, residente a Carapelle; Michele Montesano, 23 anni, residente a Orta Nova; Raffaele Cara, 27 anni, residente a Orta Nova, e Denis Cara, 20 anni, residente a Orta Nova. Le intercettazioni restituiscono la fotografia di una macchina criminale che si muove con metodo quasi militare. Il 16 gennaio, durante il viaggio verso la Toscana per l’assalto all’Atm di Quarrata, Ameri comunica a Lopes: “Ora ci siamo avviati, ci siamo messi sulla Candela (A16, ndr) che abbiamo cambiato la batteria”. Dall’altra parte arriva la risposta: “Vedete un po’ di anticipare, altrimenti dopo è un casino andare girando”. Poco prima dell’assalto, mentre Lopes monitora gli spostamenti di una pattuglia dei carabinieri, informa il gruppo: “Sono andati via, sono andati dritto”. Ameri replica: “E seguili un altro po’, vedi dove vanno”. Poi il via libera definitivo: “Va bene, tu resta in giro, perché qua hai notato com’è? È un po’ brutto”.

L’assalto va a segno e frutta quasi 30mila euro. Ma il rientro viene segnato da un controllo della polizia sull’A1. Parte del denaro viene sequestrato. “Ci hanno tolto tutto, ci hanno tolto”, racconta Ameri a Lopes. La preoccupazione è immediata: “Ma vi hanno chiesto di noi?”. La risposta è rassicurante: “No no, solo a noi ci hanno fermato”. Poco dopo arriva l’ordine più eloquente: “Spegni, butta tutto, io ora butto tutto”. Le conversazioni successive mostrano la compattezza del gruppo e la gestione condivisa delle perdite economiche. “Veramente tutto ci hanno tolto quelli?”, chiede Dervishi. Ameri risponde: “Mi dai 1.000 euro a me, 1.000 euro a lui e ora andiamo da quell’altro e ci deve dare 1.000 euro a me e 1.000 euro a lui, almeno”. Poi il commento che per gli investigatori racconta il clima interno all’organizzazione: “È un bel ragazzo questo, visto? Hai visto non mi ha fatto aprire neanche la bocca”. L’inchiesta coinvolge complessivamente 18 indagati e, secondo i carabinieri, ha consentito di prevenire almeno dieci possibili assalti tra Marche, Lazio, Campania e Puglia. Ma i tre colpi registrati nelle ore successive agli arresti raccontano una realtà che va oltre il singolo gruppo criminale. Raccontano un fenomeno radicato, capace di rigenerarsi rapidamente e di esportare il proprio modello operativo ben oltre i confini della Capitanata. È questo il dato che oggi preoccupa maggiormente gli investigatori: non soltanto la forza delle singole bande, ma l’esistenza di un know-how criminale che continua a viaggiare lungo le autostrade d’Italia, dalla provincia di Foggia fino agli sportelli bancomat di mezza penisola.

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