Fayez al Sarraj dovrà prendersi Tripoli una fazione alla volta. È questo l’obiettivo dell’Onu e del primo ministro del governo di unità nazionale voluto dalle Nazioni Unite che ha raggiunto l’ex capitale libica: trasformare la sua immagine da quella di un leader imposto dalla comunità internazionale a quella di un personaggio centrale della vita politica libica. E per farlo cercherà di dialogare e portare dalla sua parte il maggior numero possibile di fazioni che si contendono la città. “In questo momento – dice a Ilfattoquotidiano.it Gabriele Iacovino, capo degli analisti del Centro Studi Internazionali (Cesi) – al Sarraj ha uno scarsissimo appoggio interno. Possiamo dire che, in questo momento, è più popolare a Roma o Parigi che a Tripoli”.

Il suo arrivo, un’azione annunciata nei giorni scorsi e che sembrava un guanto di sfida con il quale colpire le facce degli oppositori, è avvenuto invece dalla porta secondaria: via mare dalla Tunisia per poi chiudersi subito in un bunker della base navale di Abu Sittah, da dove difficilmente potrà uscire nelle prossime settimane. “Adesso – continua Iacovino – lui potrà comunque dire di aver rispettato le promesse e di aver messo piede a Tripoli. Di fatto, più che un conquistatore, sembra un ostaggio”.

A Tripoli per accelerare i colloqui: al Serraj dovrà ottenere l’appoggio degli islamisti
Il modo in cui al Sarraj ha raggiunto l’ex capitale libica spiega la scarsa popolarità del politico nella città controllata dalle forze islamiste. Che questo bunker diventi il suo fortino o la sua prigione, sarà comunque da lì che al Sarraj dovrà entrare in contatto con le diverse anime che compongono e governano Tripoli, cercando di accelerare, secondo il volere della comunità internazionale, i colloqui per arrivare a un accordo su un governo di coalizione internazionale. “Se è riuscito ad arrivare a Tripoli – sostiene l’analista del Cesi – vuol dire che un accordo di non belligeranza con alcune fazioni locali esiste già. Ad esempio con quella che fa capo ad Abdelhakim Belhadj. Ora però, deve cercare di riunire sotto di sé il maggior numero di leader locali”. Un programma a lungo termine se si conta che, appena dopo il suo arrivo, le fazioni più intransigenti, che già nei giorni scorsi avevano minacciato guerra se al-Sarraj avesse “osato mettere piede a Tripoli”, hanno chiesto di combatterlo. “Credo che dovrà rimanere in quel bunker ancora a lungo”, commenta Iacovino.

“Al Sarraj è visto come un’imposizione da parte dell’Onu”
Sul curriculum di al Sarraj pesa il fatto di essere stato nominato dalle Nazioni Unite a capo di un futuro governo di unità nazionale libico. Un’imposizione della comunità internazionale che quasi nessuno, né a Tripoli né a Tobruk, ha voluto accettare. “A testimonianza di questo – continua Iacovino – ci sono le difficoltà nel riconoscimento stesso del governo. Inizialmente, questo esecutivo doveva ricevere l’appoggio di entrambi i governi presenti nel Paese. Successivamente, viste le difficoltà, ci si sarebbe accontentati dell’ok di Tobruk, il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, ma nemmeno quello è mai arrivato”. Proprio da questo punto parte l’“incursione” di al Sarraj: dare un segnale politico forte a tutte le fazioni presenti nel Paese e iniziare a gettare le basi per un dialogo nella città che più si oppone alla sua ascesa come primo ministro.

Alcune fazioni islamiste minacciano l’attacco: “Combattiamolo”
Il rischio per il politico originario di Tripoli è che, se la fase di dialogo dovesse naufragare, egli stesso potrebbe diventare bersaglio di alcune fazioni cittadine. “Al Sarraj ha sicuramente raggiunto accordi che gli hanno permesso di arrivare a Tripoli – dice Iacovino – e che gli fanno credere di essere al sicuro, almeno in questo momento. Certo, se si pensa che ci siano truppe schierate a protezione del suo bunker ci stiamo sbagliando. È più in ostaggio che in un fortino”. Le minacce arrivate dalle frange che fanno capo, ad esempio, al premier di Tripoli Khalifa Ghwell e gli spari uditi nelle strade pochi minuti dopo la notizia del suo arrivo non tranquillizzeranno certo al Sarraj.

L’innalzamento della tensione o un tentato attacco alla base navale, però, non giustificherebbero un intervento delle forze occidentali. “Considerare un attacco ad al Sarraj come un atto di guerra? Non credo proprio. Bisognerebbe che membri dell’Onu si prendessero la briga di legittimare questo governo di unità nazionale che, però, nessuno internamente riconosce. Si tratterebbe di un’ingerenza che delegittimerebbe ulteriormente la figura di al Sarraj. Più probabile che, invece, ci si attivi per favorire un suo ritorno in Tunisia”.

Twitter: @GianniRosini