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“Ben-Gvir può usare la polizia per influenzare le elezioni”: scontro in Israele sulla legge che dà alla politica il potere di giudicare gli agenti

Il disegno di legge ha ricevuto il via libera della commissione congiunta sulla Costituzione e la Sicurezza Nazionale. In questo modo anche le indagini a carico di Netanyahu potrebbero essere influenzate, come ammesso dagli stessi promotori
“Ben-Gvir può usare la polizia per influenzare le elezioni”: scontro in Israele sulla legge che dà alla politica il potere di giudicare gli agenti
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Il governo Netanyahu sta per finire, in attesa della convocazione di nuove elezioni dopo la decisione della maggioranza di procedere con lo scioglimento della Knesset. Ma le sue anime più estremiste non hanno intenzione di perdere i preziosi privilegi che dall’inizio del 2023 hanno permesso loro di imprimere una netta svolta nazionalista e violenta nei confronti dei non-ebrei in Israele e nei Territori Occupati. E tra chi si sta preparando a influenzare il voto ricorrendo all’abuso di potere, secondo l’istituto Zulat per l’Uguaglianza e i Diritti Umani che ha presentato un rapporto al Procuratore Generale, Gali Baharav-Miara, c’è il volto più oscuro dell’esecutivo: il ministro per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir. La pg ha confermato le impressioni del centro di ricerca: con la nuova proposta di legge in fase approvazione, che ha recentemente ricevuto l’ok della commissione congiunta per la Costituzione e la Sicurezza Nazionale della Knesset, ogni indagine sulla cattiva condotta della polizia, sotto il controllo del Ministero guidato da Ben-Gvir, rischierebbe di essere influenzata dalla politica.

La polizia al servizio della politica

Sotto accusa c’è la proposta di legge presentata dalla maggioranza che prevede di separare il Dipartimento investigativo della polizia (Machash) dal controllo della Procura di Stato. Nello specifico, il comitato incaricato della nomina del capo degli affari interni, ossia colui che ha il compito di monitorare l’operato della polizia, sarà composto da cinque membri e presieduto dal direttore generale del Ministero della Giustizia o da un suo delegato. Un altro membro sarà un avvocato penalista scelto dal ministro dopo essersi consultato con il capo dell’ufficio nazionale della difesa pubblica. Un terzo membro sarà un avvocato abilitato alla nomina di giudice distrettuale o un giudice distrettuale in pensione con esperienza in materia penale e verrà nominato dal direttore generale del Ministero dopo una consultazione col commissario per la funzione pubblica. In questo modo, tre dei cinque membri totali che decidono il nome del vertice degli affari interni saranno di nomina politica. A questo si aggiunge il nuovo meccanismo per il coordinamento delle indagini sugli agenti di polizia in caso di controversia tra gli affari interni e un altro organo investigativo o la Procura: in questi casi sarà sempre il ministro della Giustizia nominerà un giudice in pensione della Corte distrettuale o della Corte suprema per dirimere la questione. Un cambio sostanziale nel rapporto tra potere esecutivo e giudiziario, con uno sbilanciamento in favore del primo, dato che fino a oggi il capo dell’unità è stato nominato da un comitato sotto la supervisione del Procuratore generale.

La denuncia e le possibili conseguenze

Cosa possa scaturire da un cambio così radicale di influenza sugli organi di polizia è evidente: più gli agenti opereranno in modo da non intralciare, se non favorire, le posizioni del governo di turno, meno saranno esposti a indagini interne e ritorsioni. E viceversa, coloro che in nome del sostegno all’esecutivo si macchieranno di azioni contrarie alla legge potrebbero essere graziati dalla politica per il ‘servizio’ svolto.

Uno scenario che preoccupa Zulat, la procuratrice Gali Baharav-Miara e il procuratore di Stato Amit Aisman e sul quale sono state ipotizzate già due conseguenze favorevoli all’attuale esecutivo. La prima riguarda proprio il primo ministro, Benjamin Netanyahu, e le accuse di corruzione nei suoi confronti. A tirarle in ballo sono stati proprio gli esponenti del Likud e il deputato promotore della legge, Moshe Saada, che in un intervento ha attaccato i vertici del Dipartimento degli affari interni sostenendo che la loro “persecuzione del primo ministro Benjamin Netanyahu” lo aveva spinto a proporre il disegno di legge: “Coloro che oggi controllano gli affari interni sono criminali al servizio della legge. Quando lo dissi quattro anni fa, la gente pensò che esagerassi, ma ho visto la caccia alle streghe contro Netanyahu e come parlavano a porte chiuse”. Il disegno di legge, che a detta dei sostenitori serve a rompere un presunto “conflitto d’interessi” in un sistema in cui la Procura indaga sull’operato della polizia, subordinerebbe l’unità per gli affari interni direttamente al Ministero. E nel caso specifico di Netanyahu sarebbe quindi un organo a nomina prettamente politica a giudicare l’operato delle forze di polizia nei confronti del primo ministro. Il deputato laburista e membro della commissione Costituzionale, Gilad Kariv, ha detto che “la legge sugli affari interni non ha lo scopo di aiutare i cittadini comuni vittime della violenza della polizia. È una legge concepita per scoraggiare gli inquirenti, per garantire l’immunità a politici corrotti e criminali del partito al governo che hanno ingannato i propri elettori”.

Non è però l’unica preoccupazione dei critici. Anche le imminenti elezioni offrono un campo d’attuazione che potrebbe influenzare il voto in programma entro il 27 ottobre. Lo si legge nel rapporto di Zulat che chiede urgentemente nuove restrizioni per la polizia israeliana con l’obiettivo di impedirle di compiere azioni che potrebbero compromettere l’integrità, l’equità e la libertà delle elezioni. Questo perché il ministro per la Sicurezza Nazionale, Ben-Gvir, nel corso del suo mandato si è reso protagonista, scrivono nel report la direttrice del centro di ricerca, Einat Ovadia, e l’avvocato Eitay Mack, di “interventi operativi impropri nell’applicazione della legge e nell’uso della forza in casi riguardanti manifestazioni e reati di incitamento“. L’ultima prova è stata fornita dal trattamento disumano e le umiliazioni commesse in sua presenza nei confronti degli attivisti della Flotilla. Gli autori del rapporto sostengono quindi che, durante il periodo elettorale, potenziali vittime di abusi di potere da parte della polizia avranno difficoltà a rivolgersi ai tribunali per ottenere giustizia perché a giudicare l’operato degli agenti sarebbe, appunto, un organo di nomina politica. Per questo, “alla luce dell’imminente periodo elettorale, è essenziale e urgente stabilire una direttiva speciale che rafforzi la tutela della libertà di espressione e di protesta e ancori i meccanismi di controllo e supervisione legale dell’operato della polizia”.

Per motivare la richiesta, gli autori elencano una serie di casi eclatanti di abusi commessi dalle forze dell’ordine. Ad esempio, dopo il 7 ottobre, Ben-Gvir e la polizia “hanno sfruttato il fragile quadro giuridico e lo stato di guerra cercando di limitare e persino impedire completamente agli oppositori politici e ai cittadini che si oppongono alle loro politiche, e in particolare alla minoranza araba, di esercitare le proprie libertà di espressione e di protesta”, si legge. Un comportamento figlio anche di un’altra riforma, approvata alla fine del 2022, che ha conferito al ministro un’autorità diretta senza precedenti sulle politiche di polizia.

Si cita poi l’uso “massiccio e illegale” della forza contro i manifestanti antigovernativi, l’ostacolo alle indagini del Dipartimento per le indagini interne della polizia contro gli agenti violenti e il divieto di esporre bandiere palestinesi. Viene ricordato poi un raid degli agenti negli uffici di Nazareth del partito politico Hadash, a maggioranza araba, e del Maki (il Partito Comunista Israeliano), l’arresto di alti funzionari del partito avvenuto due anni fa e un raid in un centro giovanile di Hadash nella città di Umm al-Fahm, con il sequestro di bandiere palestinesi. In molti casi, inoltre, è stato Ben-Gvir in persona a intervenire direttamente su una serie di casi in cui veniva contestato il reato di incitamento all’odio.

Da questo nasce quindi la preoccupazione che, nel periodo elettorale, Ben-Gvir e i vertici della polizia che da lui dipendono procedano “con un’applicazione eccessiva della legge usando una forza sproporzionata contro gruppi o individui sulla base della loro affiliazione politica, nazionale o etnica e, dall’altra parte, si asterranno dall’applicare la legge contro gruppi o individui a causa della loro affiliazione politica o ideologica e della loro vicinanza al ministro o al governo”.

X: @GianniRosini

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