Elezioni in Armenia, il Paese guarda all’Ue ma è legato a doppio filo alla Russia. Lukashenko: “Se fanno passi falsi rischiano uno scenario ucraino”
I sondaggi realizzati in vista delle elezioni parlamentari del 7 giugno danno il partito del primo ministro armeno Nikol Pashinyan in netto vantaggio, ma la stabilità per il piccolo Paese del Caucaso è tutt’altro che scontata. Una situazione che ha a che fare tanto con il composito quadro politico interno quanto con il complesso posizionamento internazionale di Erevan. Su quest’ultimo fronte, l’Armenia sta provando a ritagliarsi un ruolo internazionale di ponte tra vari interessi contrapposti, un tentativo di trovare un equilibrio quanto mai complesso.
Negli ultimi giorni, la tensione con la Russia è salita notevolmente ed è culminata con la convocazione a mosca dell’ambasciatore russo nel Paese per consultazioni sui passi che l’Armenia starebbe facendo in direzione dell’Unione europea. A inizio maggio si è tenuto nella capitale un summit della Comunità Politica Europea, per la prima volta nel Caucaso. Presente anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e, durante il vertice, è stata firmata un’intesa di massima tra Bruxelles e le autorità armene su vari temi, tra cui la connettività, la sicurezza, l’energia e la cooperazione sul fronte della lotta alla disinformazione. Tra i leader europei, quello che si è spinto più in là con le dichiarazioni è stato il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha supportato con forza il percorso verso l’Ue dell’Armenia. Una strada che anche dal lato armeno si sta cercando di perseguire formalmente con la ratifica di leggi che rispettino gli standard imposti dall’Unione. Questo spiega, in parte, l’irritazione della Russia che vuole mettere i bastoni tra le ruote in ogni modo a Pashinyan. Se il presidente bielorusso Aleksandar Lukashenko, megafono del Cremlino, ha paventato per l’Armenia uno scenario ucraino in caso di passi falsi, un ramoscello d’ulivo è stato teso dal presidente russo Vladimir Putin il 1 giugno, in occasione del cinquantunesimo compleanno di quest’ultimo. La chiamata fatta partire da Mosca è servita per provare a ristabilire un canale di dialogo e placare gli animi.
Le tensioni lungo l’asse Mosca-Erevan sono però iniziate ben prima della fiammata recente. La miccia, dal lato caucasico, è stata particolarmente significativa. A dare il via al lento ma progressivo distanziamento dalla Russia è stata soprattutto la decisione del presidente russo di non muovere un dito durante l’assalto azero al Nagorno Karabakh del settembre 2023. La devastante sconfitta ha provocato pesanti proteste in Armenia e ci si è chiesti il senso di essere membri della Csto, organizzazione di sicurezza a guida russa, che in teoria avrebbe dovuto tutelare il Paese in casi come l’attacco sferrato da Baku. Pashinyan ha dichiarato in più di un’occasione la volontà di recedere dalla Csto che include, oltre a Russia e Armenia, anche la Bielorussia, il Kazakistan, il Tagikistan e il Kirghizistan. Al momento, una decisione definitiva non è arrivata anche perché, va sottolineato, Mosca dispone di una presenza militare significativa sul territorio armeno.
Sempre sul fronte militare, un elemento in parte inatteso è emerso durante la parata che a fine maggio si è tenuta a Erevan. Il governo armeno voleva mostrare i muscoli e alcuni analisti hanno scovato tra gli armamenti mostrati anche dei sistemi antimissile iraniani, sviluppati da poco e utilizzati anche negli scontri con gli Stati Uniti. Si tratta della prima volta che Teheran esporta questo sistema e il fatto che li abbia venduti all’Armenia dimostra quanto complesso sia l’equilibrio regionale in questa dimensione. D’altronde i rapporti militari tra i due Paesi sono stretti e negli ultimi anni stanno registrando un ulteriore consolidamento.
Nel quadro non manca la presenza di Washington. Il presidente Donald Trump appoggia a chiare lettere Pashinyan e punta anche sull’Armenia per creare un corridoio di transito tra Turchia e Asia Centrale che eviti il territorio russo o quello iraniano. Erevan sta cercando di normalizzare i rapporti con Ankara così come con Baku, dopo il citato conflitto del 2023. Ma l’influenza di Mosca è anche infrastrutturale: la gestione delle rete ferroviaria del Paese è nelle mani di una compagnia russa almeno fino al 2038, sulla base di un accordo trentennale siglato nel 2008. Il primo ministro armeno torna sul tema con grande frequenza, proponendo una revisione di questa intesa, finora però senza aver mosso passi concreti. Questa la situazione geopolitica in cui il Paese si trova in vista del voto, una tornata elettorale che molti analisti hanno definito la più importante dall’indipendenza armena dopo la fine dell’Unione Sovietica.