L’Italia risulta senza felicità. Così dice un rapporto del Sustainable Development Solutions Network, organismo dell’Onu che classifica 156 Paesi. Siamo (ci dice il Corriere della Sera del 17 marzo ) al 50º posto. Credo di poter dare tre ragioni. La prima è caratteriale: un intervistato italiano si intrattiene malvolentieri con qualcuno che vuol sapere se sei felice. La seconda è l’istinto antico di ritrarsi da qualcuno che indaga. Vogliono sapere se sei felice per farti pagare la felicità. Il terzo è che siamo un Paese cattolico che forma solo alcuni ma sfiora tutti, e tutti sanno che felicità è una parola grossa.

Prima di tutto non sei tu a decidere, ma la Provvidenza. Felice? Non esageriamo. Tu credi e speri. È un sentimento che rassicura, protegge, tranquillizza. Ma porta prudenza, non baldoria. Qualcosa però non va in questa indagine, e subito ti viene in mente che il costo di una simile ricerca mondiale avrebbe dovuto essere devoluto ai profughi bloccati nel fango fra Grecia e Macedonia.

Gli esperti ti dicono che le risposte considerano il Pil reale pro capite, l’aspettativa di vita in buona salute, il supporto sociale (avere qualcuno su cui contare) la libertà delle scelte di vita, la generosità, l’assenza di corruzione, la capacità di divertirsi, ridere e sentirsi spensierati, e le preoccupazioni degli ultimi giorni. Una cosa balza agli occhi guardando l’elenco dei primi dieci Paesi in classifica (dalla Danimarca alla Svezia). Sono tutti Paesi ricchi (difficile dire se “più ricchi” dell’Italia, che continua ad avere risorse ignote), e nessuno famoso per le sue risate.

Ma qualcosa non funzione se l’elenco vi dà, tra i Paesi più felici dell’Italia, la Malesia, dove oltre a una forte e continua crisi politica, resta l’antico problema della convivenza con la vasta etnìa cinese, quasi metà della popolazione sempre un gradino sotto nel godimento di tutti i diritti. E qualcosa non va se l’elenco dei primi dieci Paesi più felici comprende (tranne l’Islanda di cui non sappiamo) tutti i governi che hanno brutalmente chiuso le frontiere ai profughi della guerra siriana (che è una guerra a grappolo, che continua a generarne altre).

Mi sembra ovvio che l’Italia di Lampedusa (vedi anche l’ormai famoso film che riguarda la straordinaria popolazione di quell’isola) vale molto di più, in qualsiasi classifica, della Danimarca blindata che, nella lista dell’Onu, è al primo posto e viene descritto come il Paese dei balocchi di Collodi.

C’è un dato che inchioda l’Italia, la corruzione. È chiaro che pesa molto sulla infelicità di un Paese, vivere dove qualcuno opera sempre in due stanze, e solo in quella sul retro puoi avere accesso, previo versamento, a ciò che ti spetta. E dove la corruzione regola e ambienta l’intera vita dei cittadini, dall’accesso all’asilo all’accoglienza (quante volte impossibile? ) nell’ultimo ospedale. Ma a partire da questo punto possiamo forse allargare il discorso su questa infelice ricerca dell’Onu sulla felicità. Vorrei proporre alcuni punti.

1 – Il mondo è infelice (anche i Paesi sbadatamente classificati “felici”) perché è stato costretto a sapere che tutti i suoi punti di appoggio, dalla forza degli Stati alla certezza delle banche e delle monete è materiale insicuro. Può cedere oppure può rivoltarsi contro di te.

2 – Il mondo è infelice perché una catena di conquiste del grado di civiltà che conosceva, si è sganciata in più punti e molte delle garanzie di protezione che venivano considerate perenni, vengono ritirate. È la questione dei diritti umani e dei diritti civili che non ha punti di riferimento e non ha difensori.

3 – Il mondo è infelice perché ha paura. Coloro che dispongono di grandi strumenti di guerra e quindi di grande potenza, hanno perso il controllo della prima mossa aggressiva ma anche il controllo della reazione all’attacco. Un sistema nervoso alterato percorre e scuote aree lontane fra loro producendo soprassalti occasionali, imprevedibili e sanguinosi che non conoscono né prevenzione sicura né punizione adeguata.

4 – Il mondo è infelice perché è venuto meno, quasi dovunque, l’antico punto di appoggio del lavoro, e ciò determina spaesamento e isolamento.

5 – Il mondo è infelice perché non crede nei leader, segue le urla e spera in un oscuro e non detto “peggio per gli altri” che possa portare un minimo di conforto. Tutto ciò si esprime nella cacciata di chiunque sia o sembri straniero e nella invocazione dei “confini chiusi”, senza notare il danno economico. E senza capire in tempo che, comunque, è impossibile. E qui viene il nostro riscatto di Pese bocciato nella graduatoria di felicità. Come possiamo essere al cinquantesimo posto, in un mondo profondamente e globalmente infelice?

Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2016