Dalla Vicenza – Rovigo alla pedemontana di Gioia Tauro, dalla strada statale 14 della Venezia Giulia al viadotto di Modica Alta, dall’Istituto autonomo case popolari di Roma fino al sagrato della cattedrale di Palermo. Sono i lavori che si è aggiudicata negli ultimi anni la Ricciardello costruzioni e a piazzarli su una carta geografica si può dire senza dubbio che coprono ogni angolo d’Italia. Appalti a sei zeri che hanno fatto crescere a dismisura la società creata nel 1966 dal geometra Giuseppe Ricciardello, finito agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti negli appalti Anas. La figura del costruttore siciliano, accusato di aver consegnato una tangente da 30mila euro alla dama nera dell’Anas, Antonella Accroglianò, inguaia anche il deputato di Forza Italia Marco Martinelli, a sua volta indagato per concorso in turbativa d’asta e corruzione: gli inquirenti gli contestano di aver giocato il ruolo d’intermediario per Ricciardello interessandosi di alcuni appalti pubblici in Sicilia. D’altra parte, la politica e e gli appalti sono due punti cardine nella carriera del costruttore originario di Brolo, un comune di cinquemila abitanti in provincia di Messina.

L’eterna incompiuta: 4 milioni a chilometro – E’ qui, sulla costa settentrionale della Sicilia, tra il parco dei Nebrodi e i dirupi piazzati di fronte allo splendido mare delle isole Eolie, che si gioca tutta la storia di Ricciardello. Dopo anni nelle retrovie, la svolta per la sua società di costruzioni arriva con il nuovo secolo: é il 2000 quando si aggiudica i lavori di completamento dell’A 20, l’autostrada che collega Palermo a Messina. Appaltata per la prima volta nel 1969, per completarla bisognerà aspettare fino al 2005, ben 36 anni d’attesa che regaleranno all’autostrada siciliana il titolo di “eterna incompiuta”: alla fine è costata circa 800 milioni di euro, 4 milioni per ogni chilometro d’asfalto. Poco male. Perché grazie a quell’appalto la Ricciardello costruzioni spicca il volo, e nel 2009 si aggiudica anche la faraonica gara per lo svincolo autostradale di Giostra, sempre nella città dello Stretto: un affare da 70 milioni di euro, interamente finanziato da fondi Fa.

Nel frattempo arrivano anche una serie di appalti targati Nato e Rete Ferroviaria Italiana. E mentre la società di Ricciardello cresceva, iniziava ad ampliarsi anche la famiglia: la figlia Daniela, infatti, ha sposato Nino Germanà, l’ultimo rampollo di una dinastia di politici potentissimi a Brolo. Il nonno Nino ha fatto 7 legislature nei ranghi della Democrazia Cristiana, il padre Basilio ha equamente diviso i suoi 4 mandati tra la Camera dei deputati e il Senato, mentre lo zio Ninì si è fermato a Montecitorio, anche lui nei ranghi di Forza Italia, il partito che per vent’anni ha costantemente fatto il pieno di voti in Sicilia. Più che una famiglia di politici, in pratica, i Germanà sono una vera e propria dinastia di feudatari nella quale il seggio elettorale passa di mano agli eredi dopo campagne elettorali animate da luculliane mangiate bipartisan a colpi di carne di maiale: è a loro che Ricciardello lega il proprio destino.

Nino Germanà: il genero onorevole – Nel 2008 tocca dunque al giovane Nino Germanà, genero di Ricciardello, sbarcare a Montecitorio con il Pdl, dove – manco a dirlo – va ad occupare una poltrona in commissione Lavori pubblici. “Anche Casini è genero di Caltagirone, ma non credo che sia uno scandalo”, si giustificherà il diretto interessato ai microfoni di Report. Il massimo del suo successo, Germanà lo ottiene nei giorni della grande fuga dei finiani verso Futuro e Libertà, quando si fregerà del titolo di “deputato motivatore” abile cioè a recuperare i transfughi.

“Scruto anche quelli che hanno fatto il passo falso. E con la giusta confidenza espongo la situazione: il futuro è qui, con il Popolo della Libertà. Qui tu hai assicurato l’avvenire, lì no”, spiegava il giovane politico prima di lasciare a sua volta Berlusconi, per approdare al Nuovo Centrodestra, il partito di Angelino Alfano che dal 2012 rappresenta all’Assemblea Regionale Siciliana. Una carriera fulminante quella di Germanà junior, come quella dei suoi avi del resto, che non ha sofferto minimamente del mezzo passo falso compiuto dieci anni fa.

Le telefonate con l’uomo dei clan – Tra il 2005 e il 2006, infatti, la direzione distrettuale antimafia di Messina intercetta una serie di telefonate tra il giovane Germanà e Nicolò Frasconà Cantalanotte, considerato l’ufficiale di collegamento tra i vertici di Cosa nostra siciliana e la famiglia mafiosa di Mistretta. Si tratta di una cosca importante nella storia Cosa nostra, guidata in passato da Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci, che il 23 maggio del 1992 uccide Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Secondo gli inquirenti, quindi, Frasconà Cantalanotte rappresenta il clan dei macellai di Falcone: nel 2008 verrà condannato a cinque anni e quattro mesi di carcere per associazione mafiosa con il rito abbreviato.

Ed è indagando su Cantalanotte che gli investigatori del Ros dei carabinieri s’imbattono nel giovane Germanà. I due al telefono parlano di tutto: dalle richieste di sostegno elettorale avanzate dal giovane politico fino ai finanziamenti accordati dal governo centrale per alcuni lavori nel comune di Capizzi, la città d’origine di Frasconà Cantalanotte. “Secondo me, più che un boss, era un povero disgraziato, prestato alla mafia”, si giustificherà anni dopo Germanà, uscito senza accuse dall’inchiesta su Cantalanotte. Tra l’altro, per quelle chiacchierate con l’uomo dei clan il politico di Brolo utilizzava quasi sempre un’utenza telefonica intestata alla Ricciardello costruzioni. La società di suo suocero, partito dalla minuscola Brolo e arrivato a collezionare appalti a sei zeri in tutta Italia, prima di finire al centro dell’ultima inchiesta per le tangenti dell’Anas.