Il Pd accusa (di nuovo) i 5 Stelle per il caso del presunto controllo delle mail dentro il Movimento 5 stelle e chiede “trasparenza”. Il senatore M5s Vito Crimi in diretta su Radio 2 dà il suo numero di cellulare. E subito riceve decine di chiamate di radioascoltatori. “Ma quale Watergate?”, ha detto a “Un giorno da pecora”, “Non è vero che la Casaleggio associati spiava i contenuti dei messaggi. Non ho problemi: chiamatemi pure, il mio numero è lo stesso dal 1997″. 

Continua lo scontro Pd-M5s. Mentre i grillini attaccano i dem per i presunti brogli alle primarie, i dem ribattono parlando della situazione interna del Movimento. Oggi il quotidiano Repubblica ha raccolto le accuse di alcuni ex M5s che parlano di riunioni in streaming registrate, controlli dello staff nelle comunicazioni e segnalazioni. E secondo il Partito democratico, sarebbero le prove che c’è uno spreco di finanziamenti pubblici per altri fini: “Ci vuole trasparenza”, ha detto il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato. “Si spiano con euro dei contribuenti, decidono a casa Casaleggio, nessuno sa chi o cosa, e parlano di democrazia? La faccia come il culto”, ha scritto su Twitter il deputato Emanuele Fiano.

Secondo Rosato “c’è una sottovalutazione clamorosa del gruppo dirigente o presunto tale di M5S alla Camera che fa pensare alla collusione”. E al vicepresidente M5s Di Maio ha chiesto una presa di posizione: “Chi ha un ruolo istituzionale come Di Maio dovrebbe essere il primo a chiedere chiarezza perché quanto accaduto è in aperto contrasto con l’art.68 che tutela le conversazioni dei parlamentari e anche con l’art.15 che tutela tutti. Penso che l’ufficio di Presidenza della Camera, come ha già detto la presidente Laura Boldrini debba occuparsene”.

Il senatore Stefano Esposito e la senatrice Rosaria Capacchione hanno presentato un interrogazione sull’argomento a Palazzo Madama. “Serve chiarezza sul metodo Casaleggio applicato ai deputati M5S”, hanno scritto in una lettera consegnata al presidente del Senato Pietro Grasso. “Non può ritenersi ammissibile l’esercizio di un ‘potere di controllo’ sul contenuto della corrispondenza personale dei parlamentari nemmeno da parte di chi, di fatto, esercita un potere organizzativo o di coordinamento dell’attività politica del ‘controllato”.