L’Occidente – quello degli affari e degli investimenti – tira un sospiro di sollievo: come testimoniano i titoli dei quotidiani, quelli dei reportage televisivi e soprattutto i primi commenti degli analisti. Uno di loro, Lawrence Korb, assistente segretario alla Difesa ai tempi di Reagan, oggi consulente del Center of American Progress (un think thank democratico fondata da John Podesta, presidente della campagna presidenziale di Hillary Clinton), ha detto che la “scommessa degli Stati Uniti è stata vinta”, perché “ora Teheran è pronta per cambiare”. L’accordo nucleare dello scorso luglio a Vienna, ha spiegato Korb, aveva questo obiettivo: aiutare i moderati a erodere il potere degli ayatollah e dare alle giovani generazioni iraniane un incoraggiamento “per un futuro diverso”. In questo futuro, ovviamente, ma Korb si è ben guardato dall’accennarlo, ci sta il business intavolato nelle ultime settimane con l’Iran non più sanzionato: contratti da decine e decine di miliardi di dollari, mica briciole. Ma davvero l’Occidente deve essere soddisfatto?

Intanto, fino a quando non avremo i dati nazionali definitivi, dobbiamo mantenerci cauti. In base, però, ai risultati parziali – soprattutto a quelli della capitale Teheran – possiamo constatare che è stata approvata dagli elettori (su 55 milioni sono andati alle urne oltre il 60 per cento) la linea politica “pragmatica” del presidente moderato Hassan Rohani, che ha patrocinato l’apertura ai capitali stranieri e vuole modernizzare le infrastrutture industriali, finanziarie ed economiche del suo Paese. Il fronte dei moderati guidato da Rohani ha avuto in Akbar Hashemi Rafsanjani, vecchio rivale dell’attuale Guida Suprema Ali Khamenei, un formidabile supporto. L’Iran è una Repubblica islamica, parlamentare, teocratica (così si legge sulla sua Costituzione). Sul sito Majlis Monitor (Majlis è il nome del Parlamento monocamerale iraniano) che monitora (sostenuto dall’università canadese di Toronto) le elezioni iraniane, si sottolinea come il sistema sia debole, giacché la politica iraniana si basa sulle correnti e e le fazioni che si formano all’inizio della legislatura: “Alleanze variabili tra gruppi politici, personaggi di spicco, gruppi socio-economici e centri di potere”. Grosso modo, sono quattro le categorie in cui si possono identificare queste correnti: quella riformista e quella centrista che insieme formano il campo moderato; quella tradizionalista ed estremista (i “principalisti”). Nel voto del 26 febbraio, secondo gli analisti, ha avuto un’enorme influenza la scelta delle donne e dei giovani sotto i 35 anni, che rappresentano più del 60 per cento della popolazione iraniana e che sono sempre stati dalla parte dei riformisti.

A queste elezioni, la società iraniana “ha votato il suo destino”. Non solo scegliendo i 290 parlamentari, ma anche gli 88 membri della nuova Assemblea degli Esperti, organo istituzionale composto da religiosi sciiti (eletti ogni otto anni a suffragio universale). Ad essi spetta la nomina della Guida Suprema (o Rahbar) che ha controllo sulle forze militari e sul corpo giudiziario, di fatto nelle sue mani c’è tutto il potere della Repubblica islamica. Ali Khamenei è Guida Suprema dal 1989, ha 76 anni: l’Assemblea degli Esperti potrebbe eleggere il suo successore. Rafsanjani fu grande sponsor di Khamenei, poi va in rotta di collisione con l’Ayatollah. Oggi si è preso la rivincita. Ex presidente della Repubblica (1989-1997), ex presidente del Parlamento, nella circoscrizione di Teheran ha ottenuto 692mila voti ed è stato eletto all’Assemblea degli Esperti, come Rohani (652mila voti). Dei sedici seggi riservati a Teheran (su 88), tredici sono andati alla loro lista. E questo, nonostante le accanite sforbiciate dei dodici membri del Consiglio dei Guardiani (6 giuristi e 6 teologi) per decapitare i candidati dello schieramento riformista e mantenere così l’egemonia dei conservatori. Tanto per capirci, il 17 gennaio questo organismo che si occupa di selezionare i candidati alle cariche pubbliche, su 12mila richiedenti ne ha autorizzati 6200, di questi 1400 hanno rinunciato. I riformisti hanno denunciato che solo 30 dei loro tremila candidati erano stati ammessi.

In realtà, il vero scontro è all’interno del vasto e variegato schieramento conservatore, soprattutto tra i i difensori della dimensione teocratica dello Stato. Due anni fa, uno di questi conservatori “puri”, l’influente Ali Larijani, presidente del Parlamento, ha assicurato a Rohani il suo appoggio e ha quasi sempre tacitato i deputati più radicali della sua parte, in particolare quando si è trattato di ratificare l’accordo sul nucleare. Per reazione, è nata una lista elettorale degli ultraconservatori per sollevare dall’incarico Rohani…il quale ha dimostrato doti di abile diplomatico, dribblando le provocazioni degli ultraconservatori. Come l’incendio e l’assalto all’ambasciata saudita di Teheran e la cattura dei marines Usa nel Golfo Persico, giusto alla vigilia della fine delle sanzioni. Sabotaggi dai quali è uscito senza troppi danni.

In ballo, dietro la battaglia politica in atto a Teheran, ci sono cospicui interessi economici. Nel mirino dei conservatori c’è il livello di controllo che lo Stato eserciterà sugli investimenti stranieri. Sono ormai giudicati indispensabili. Ma sono anche una grossa minaccia per i cacicchi dell’apparato parastatale che vedono con giustificato sospetto lo sfrangiamento del potere delle imprese controllate dallo Stato (l’economia iraniana è per il 75 per cento nelle sue mani): le imprese sono controllate da ex militari, dai membri delle Guardie della Rivoluzione. A cominciare dalle aziende che si pappano gli appalti pubblici, da quelle petrolifere, dalle telecoms. Lo stesso vale per i fondi pensionistici e d’investimento delle istituzioni pubbliche e dei suoi dipendenti. Inoltre, di recente, molte aziende dell’apparato statale hanno beneficiato di privatizzazioni a go-go, e adesso dominano i corsi della Borsa di Teheran (un po’ come successe a Mosca, dopo la caduta dell’Urss).
Rohani è presidente dal giugno del 2013: l’inflazione è limitata, ma la disoccupazione resta molto alta, al 30 per cento secondo fonti indipendenti.

L’apertura del Paese ai capitali stranieri significherebbe una ripresa debole. Senza i soldi dell’Occidente, tuttavia, non ci sarebbe crescita. Per questo, Rohani è incline al dialogo con l’Occidente. Ha promesso un futuro migliore e, se verrà riconfermato nel 2017, l’impegno di una carta dei diritti civili. I giovani, le donne, la classe media ci ha creduto. Non a caso, si chiamava “Lista della Speranza” quella presentata per il rinnovo del Parlamento. Ed “Esperti per il popolo”, quella per l’Assemblea degli Esperti, chiave del potere istituzionale iraniano perché elegge il successore della Guida Suprema. Carica cui ambisce Rasfajani, che si erge a difensore dei valori repubblicani della Repubblica islamica nata dalla sovranità popolare. Lui e alcuni religiosi vorrebbero che l’Assemblea esercitasse un domani più sorveglianza sull’attività della Guida Suprema, prerogativa che non ha mai esercitato. I difensori della “dimensione teocratica” del regime hanno condannato questa rivendicazione quale pericolosa “sedizione”. Il conflitto politico è cruciale. Rohani auspica un’Assemblea più amica, per continuare senza ripensamenti l’apertura agli stranieri. Fra pochi giorni gli tocca presentare le riforme fiscali e del mercato del lavoro. Confida nel pragmatismo trasversale: quello dei moderati, dei riformisti e degli ambienti conservatori meno tradizionalisti e radicali.

L’ala dura del sistema è pronta a far guerra. Rohani ha davanti due anni difficili. Gli ultraconservatori sono arrivati al potere, dieci anni fa, perché la gente non aveva lavoro. Perché l’inflazione mangiava i salari: “Noi siamo inquieti. Vediamo arrivare in Iran un sacco di compagnie occidentali, questo Paese non deve diventare un mercato per i beni di consumo delle forze nemiche”, ha detto nei giorni scorsi il leader degli ultraconservatori Gholam Ali Haddad-Adel, ad un comizio in quel di Teheran. Teheran non gli ha dato ascolto. Ma l’Iran non è Teheran. La capitale è più vicina al fronte moderato. Nel resto del paese l’ago della bilancia s’inclina di più verso la base elettorale conservatrice e la sua “fibra rivoluzionaria”. Ne vedremo delle belle: per questo, più che ottimista l’Occidente dovrebbe essere guardingo.