Mandare definitivamente in soffitta il nucleare è difficile e soprattutto costoso. I Paesi che lo hanno deciso devono fare i conti con le proprie casse. Secondo quanto riporta Reuters, che cita un documento di lavoro della Commissione europea, gli Stati membri sono infatti a corto di risorse: per far fronte ai costi di smantellamento delle centrali nucleari e di stoccaggio delle scorie radioattive, la Ue ha a disposizione circa 150,1 miliardi di euro a fronte di spese che si prevedono intorno ai 268,3 miliardi. Dunque c’è un buco di oltre 118 miliardi di euro che potrebbe anche allargarsi perché, sottolinea Bruxelles, il costo dei depositi permanenti delle scorie radioattive è in gran parte sconosciuto. Inoltre, le spese variano a seconda della tipologia di reattore, delle sue dimensioni, posizione e prossimità agli impianti di smaltimento. Ci sono poi da considerare le condizioni del reattore al momento della disattivazione.

Ma vediamo chi sono i Paesi più virtuosi e quelli meno. In tutti gli Stati membri dell’Unione, secondo lo studio, soltanto il Regno Unito avrebbe abbastanza soldi per coprire i costi previsti (63 miliardi di euro). In Francia, Paese in cui gli impianti nucleari sono in numero maggiore, le risorse dedicate sono ampiamente insufficienti. Si parla di 23 miliardi di euro, meno di un terzo dei 74,1 miliardi cui ammontano i costi attesi. In Germania, nonostante le rassicurazioni del governo, servono invece altri 7,7 miliardi in aggiunta ai 38 già assicurati. Il ministero dell’Economia tedesco, alla fine del 2015, aveva invece dichiarato sufficienti le cifre messe da parte dalle società che gestiscono il settore nel Paese (E.on, Rwe, EnBW e Vattenfall).

Lo studio appare particolarmente importante soprattutto dopo la firma dell’accordo della Cop21 di Parigi per contrastare il cambiamento climatico: i dati sono infatti parte di una analisi periodica della capacità nucleare comunitaria, da cui poi l’esecutivo parte per discutere il ruolo dell’energia atomica nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. L’ultima analisi della Commissione sul settore è uscita nel 2007, prima del disastro nucleare di Fukushima del 2011, e la nuova pubblicazione era programmata per la fine del 2015. Bruxelles non ha voluto commentare la notizia anticipata dalla Reuters.

In questo quadro, l’Italia brancola nel buio. Il percorso del decommissioning nucleare appare ancora lungo e tortuoso e non solo per un problema economico. I fronti aperti sono più di uno. Innanzitutto c’è il caso Sogin, la società pubblica che ha il compito di smantellare e trattare le scorie radioattive. Ancora non si è trovata una soluzione dopo le dimissioni annunciate lo scorso ottobre dall’amministratore delegato Riccardo Casale. Nei giorni scorsi è uscita l’indiscrezione secondo cui Casale non intenderebbe formalizzare le dimissioni, nonostante la lettera inviata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che invece le accoglieva.

La società dunque è in pieno stallo, rallentando anche tutti i programmi di decommissioning. Da mesi si aspetta la pubblicazione della carta delle aree potenzialmente idonee alla realizzazione del Deposito nazionale, una struttura in cui si dovrebbero concentrare, in via definitiva, tutti i rifiuti a bassa e media attività, e, temporaneamente, quelli ad alta attività, che poi saranno dirottati in un deposito sotterraneo geologico. Ma “la procedura per la localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi è tuttora in corso”, ha ammesso lo stesso ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti. Al momento si va quindi avanti con i depositi temporanei, “una soluzione inaccettabile”, secondo Alessandro Portinaro, sindaco di Trino e Coordinatore della Consulta Anci Comuni sede di servitù nucleari.

Sta di fatto che siamo uno dei pochi Paesi europei a non aver ancora un deposito nazionale. Si va avanti a rinvii che comportano un aumento di spese pubbliche, quindi a carico dei cittadini, e sta esponendo il Paese ad una procedura di infrazione da parte della Commissione europea. Inoltre, il tempo stringe anche perché dal 2022 rientreranno in Italia le scorie nucleari che in questi anni sono state trattate in Francia e Gran Bretagna. “Non abbiamo una pianificazione sulle attività, non abbiamo il controllore, non capiamo chi dovrebbe governare questi processi. E’ il modo con il quale il governo Renzi sta gestendo il problema dello smantellamento dei lasciti nucleari, pagato nella bolletta elettrica dai cittadini e che richiede un impegno urgente del Parlamento”, ha commentato il senatore M5S Gianni Girotto.