L’Austria tira dritto anche nella seconda giornata del Consiglio Europeo, dedicato alle questioni dei flussi migratori e della Brexit . Mentre Bruxelles cerca di farle cambiare idea, Vienna prosegue con l’applicazione dei limiti giornalieri annunciati sull’accoglienza e sul transito dei richiedenti asilo. Come annunciato nei giorni scorsi, dalle 8 di questa mattina il Paese accoglie un massimo di 80 richiedenti asilo al giorno e consentirà il passaggio di non più di 3.200 persone che intendono chiedere rifugio in Germania o in altri paesi dell’Ue. La Commissione europea ha bollato la misura come “chiaramente incompatibile” con le norme europee e con il diritto internazionale, ma il cancelliere Werner Faymann non sente ragioni: le decisioni dell’Austria sono in linea col diritto comunitario, dice.

“L’Austria – ha sottolineato – ha fatto molto più di tanti altri Paesi” perciò non ammette le critiche e conferma le proprie scelte. “Se ogni Paese facesse come l’Austria”, ha aggiunto riferendosi all’accoglienza che il Paese aveva in un primo tempo garantito, “non ci sarebbero problemi”. E poi annuncia una intesa con Berlino: Vienna continuerà a lasciar fluire i migranti verso la Germania, ma sulla base di quote comunicate da Berlino a Vienna.

Sulla stessa lunghezza d’onda si collocano Serbia e Slovenia. Giovedì da Belgrado il ministro del Lavoro e affari sociali incaricato per l’emergenza profughi, Aleksandar Vulin, aveva detto che “la Serbia farà come fa l’Austria. Se Vienna o un qualsiasi altro paese introduce nuove regole per aumentare o diminuire il flusso di migranti, la Serbia deve attuare la stessa regola“, ha aggiunto il ministro, spiegando che la decisione è in linea con un accordo tra i paesi presenti sulla rotta migratoria. E mercoledì era già stata la Slovenia ad annunciare ulteriori provvedimenti inseguito al nuovo giro di vite di Vienna. Il ministero dell’Interno di Lubiana ha infatti annunciato l’impiego dimilitari ai confini, con la stessa autorità della polizia di frontiera. La mozione sarà votata dal Parlamento la prossima settimana, ma nel frattempo l’esercito ha inviato 100 soldati per aiutare gli agenti di polizia a fermare i migranti che entrano abusivamente dalla Croazia.

Ungheria chiude tre valichi ferroviari con la Croazia – Anche l’Ungheria si muove: da domenica Budapest chiuderà i suoi tre passaggi di frontiera ferroviari con la Croazia. Lo riferisce l’agenzia austriaca Apa, che cita media ungheresi. Per il momento è previsto che questa misura duri 30 giorni. Nella disposizione firmata dal ministro dell’Interno Sandor Pinter, l’iniziativa è motivata con “l’interesse della sicurezza pubblica”. I passaggi di frontiera interessati sono quelli di Murakeresztur-Kotoriba, Gyekenyes-Koprivnica e Magyarboly-Beli Manastir.

Berlino: “Reagiremo” – Il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maizière ha ammonito i Paesi europei dall’adottare nell’emergenza profughi misure a scapito della Germania, minacciando in tal caso reazioni. “Nel caso in cui alcuni Paesi dovessero tentare di trasferire i problemi comuni unilateralmente e sulle spalle dei tedeschi lo troveremmo inaccettabile e sarebbe incassato da parte nostra alla lunga non senza conseguenze”, ha detto il ministro senza concretizzare la minaccia. De Maizière è intervenuto nel dibattito al Bundestag per la discussione delle misure contenute nel pacchetto sulla legge che regola l’asilo, sulla quale la maggioranza ha trovato un faticoso accordo. La Germania vuole proseguire sulla via di una soluzione europea, ha aggiunto il ministro, è nel suo interesse “fintanto che sarà possibile attenersi a Schengen”.

Bruxelles: “Stop fondi per lo sviluppo a chi non accoglie”. Ungheria: “Ricatto” – Bruxelles, intanto, cerca di superare le resistenze dei Paesi dell’Est Europa. Il messaggio diretto è chiaro: o accettate i migranti o noi, Paesi contributori, vi bloccheremo i fondi Ue per lo sviluppo. Una stoccata diretta soprattutto a Budapest, contraria al meccanismo delle quote, e alla stessa Austria. L’Ungheria replica parlando di “ricatto politico“, ma nelle conclusioni della prima giornata del vertice europeo sull’immigrazione passa la linea dei “respingimenti alle frontiere esterne dei cittadini di Paesi terzi che non soddisfano le condizioni d’ingresso o che non hanno presentato domanda d’asilo sebbene ne abbiano avuto la possibilità”. Un passaggio criticato da Berlino, che lì intravede un nulla osta all’Europa dei muri. Come quello voluto dall’Ungheria.

La posizione recepita nel documento finale va quindi in senso opposto rispetto all’avvertimento di Renzi, che era stato apprezzato da GermaniaFrancia e Grecia, impegnata a spingere per un’accelerazione sui ricollocamenti. Budapest, che si è sempre opposta al sistema di quote per la ridistribuzione dei profughi all’interno dell’Unione europea, ha ribadito la sua contrarietà rispetto all’obbligo di farsi carico di un certo numero di rifugiati. E anche l’Austria è intenzionata a mettere un freno all’accoglienza. Sulla questione è intervenuto il leader della Lega Matteo Salvini, che si è schierato dalla parte di Budapest e Vienna. “Renzi – ha detto – minaccia Austria e Ungheria perché non vogliono altri immigrati. Loro difendono i propri cittadini, Renzi no”.

Renzi, “avvertimento” a chi non accoglie i rifugiati – “Cari amici – ha detto Renzi nella notte, al termine della prima giornata di vertice conclusasi con una cena di lavoro caratterizzata da una forte tensione – basta con le prese in giro: la solidarietà non può essere solo nel prendere, ma anche nel dare”. Il presidente del Consiglio ha poi aggiunto: “Inizia ora la fase della programmazione dei fondi 2020. O siete solidali nel dare e nel prendere, oppure smettiamo di essere solidali noi Paesi contributori. E poi vediamo”. Una dichiarazione che ha rilanciato una sintonia lungo l’asse Roma-Berlino, messo in crisi durante l’ultimo Consiglio europeo a dicembre, caratterizzato da un forte scontro tra il premier e la cancelliera Angela Merkel.

A fine giornata il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker si dimostra ottimista, rinfrancato dal fatto che le sei ore di cena hanno consentito almeno di adottare delle conclusioni comuni. Non c’è nulla di nuovo nel documento, ma almeno si ribadiscono gli impegni per i ricollocamenti: “Stasera abbiamo detto unanimamente – spiega nel corso di una conferenza stampa in nottata – che un approccio europeo alla crisi migratoria è necessario e che un approccio nazionale non è raccomandato. Ora ho speranza, dopo aver visto che tutti i Paesi membri hanno adottato questo approccio, che faremo progressi sulle decisioni già prese mesi fa. Tutti gli Stati membri hanno riconfermato il proprio impegno sui ricollocamenti”.

Il presidente del Consiglio europeo Tusk invece rilancia, annunciando già un nuovo vertice: “L’applicazione del piano congiunto con la Turchia – dice – resta una priorità e dobbiamo fare tutto il possibile perché abbia successo. Per questo abbiamo intenzione di organizzare un incontro speciale con la Turchia all’inizio di marzo”.

Brexit, “negoziato più difficile del previsto” – Se la prima giornata di vertice è stata occupata dal tema migranti, la seconda è tutta dedicata alla Brexit. “Credo che oggi arriveremo a chiudere” con un accordo per la Gran Bretagna, ha detto il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz. “Molte delle questioni che sono state discusse hanno bisogno di un’ulteriore analisi” ma, ha aggiunto, “sono serio” sulla speranza che “la Gran Bretagna resti nell’Ue”. L’ottimismo di Schulz snon trova però conferme nelle parole delle fonti diplomatiche riportate dalle agenzie di stampa, secondo cui l’intesa per scongiurare l’uscita del Regno Unito dall’Ue appare ancora lontana. Il negoziato con Cameron, dicono, è “più difficile del previsto”, e “tutti i punti del testo del possibile accordo restano ancora aperti”. “Non è commedia, qui si discute di interessi nazionali veri”, dicono le stesse fonti commentando le domande dei cronisti, tra cui prevale l’opinione che si tratti di una maratona negoziale volta più a impressionare l’opinione pubblica britannica, piuttosto che alla necessità di superare reali scogli. E anche Renzi sulla Brexit ha ammesso di essere “sempre fiducioso ma meno ottimista di quando sono entrato”.