È morto a 79 anni Antonin Scalia, uno dei nove giudici della Corte Suprema USA. Scalia è morto nel sonno, dopo una battuta di caccia in un ranch del sud del Texas. La notizia, confermata dal governatore Greg Abbott e dal chief justice della Corte John Roberts, scatena una battaglia politica dagli effetti potenzialmente devastanti. Scalia era uno dei giudici più radicalmente conservatori, garanzia che la Corte mantenesse una maggioranza conservatrice di cinque contro quattro su molte questioni. Ora tocca a Barack Obama nominare il suo successore, ma i repubblicani chiedono di rimandare tutto al prossimo presidente.

Scalia era stato nominato da Ronald Reagan nel 1986, primo italo-americano a far parte della Corte. Nato a Trenton nel 1936, cresciuto a New York, aveva iniziato la sua carriera legale nell’amministrazione di Richard Nixon. Dopo aver passato buona parte degli anni di Carter a insegnare a Chicago University, era stato recuperato alla magistratura proprio dal presidente Reagan, prima come giudice di corte d’Appello, poi alla Corte Suprema. Da qui, era diventato il difensore di un’interpretazione letterale della Costituzione, nel senso propugnato dalla Federalist Society, il gruppo di legali conservatori.

Secondo Emendamento, finanziamento della politica, commercio, aborti, matrimoni gay, ruolo del potere esecutivo; non c’è campo della giurisprudenza e della società USA dove Scalia non abbia fatto sentire la sua voce. Scalia era celebre per lo stile caustico di molte sue prese di posizioni e sentenze. Lo scorso giugno, in occasione della legalizzazione dei matrimoni gay, Scalia aveva detto che i giudici “hanno preso posizione nella guerra culturale”, e previsto effetti disastrosi anche su altre aree della morale e della sessualità: “bigamia, incesto, prostituzione, masturbazione, fornicazione, bestialità, oscenità”. Cosa Scalia pensasse dell’omosessualità lo aveva peraltro già espresso nel 2003, quando aveva affermato che “molti americani non vogliono che persone con una condotta apertamente omosessuale siano partner nei loro affari, maestri scout per i loro figli, insegnanti nelle loro scuole, convitati nelle loro case”.

Dotato del gusto della battuta tagliente – le argomentazioni dei giudici liberal erano spesso liquidate come “pura salsa di mele” o “imbrogli legali” -, Scalia era un nemico potentissimo del politically correct e dell’affirmative action. Recentemente, in occasione della discussione sui metodi di ammissione di un’università in Texas, il giudice si era dichiarato contrario alle “quote” e aveva anzi detto che gli studenti afro-aemricani potevano trovare giovamento a frequentare “università meno prestigiose”, dove la pressione non è così forte. Altrettanto importante è stato il suo ruolo nel 2013, quando la Corte ha scardinato alcune delle norme chiave del Voting Rights Act, la legge che tutela di diritto di voto dei neri. E centrale è stata la sua voce nella battaglia all’Obamacare e nella sentenza che dà il via libera ai finanziamenti alla politica da parte delle grandi multinazionali.

Sposato con nove figli, Scalia fondava il suo rigido conservatorismo sull’educazione cattolica ricevuta da piccolo, in una famiglia italo-americana molto tradizionale. Nonostante rivendicasse poi il carattere di tutto di “buon senso” di molte delle sue decisioni legali, Scalia aveva una forte preparazione legale – Barack Obama, nel suo ricordo, l’ha chiamato “un pensatore” – e soprattutto la convinzione che la Costituzione non è “un documento egualitario”, il cui spirito va interpretato, bensì un’opera di cui va difesa la lettera, senza inutili e pericolosi aggiornamenti allo spirito dei tempi.

Scalia era anche una pedina essenziale nella cosiddetta “Rule of Law”, la campagna che gli Stati a guida repubblicana vogliono scatenare alla Corte Suprema per cancellare o almeno rendere inefficaci una serie di leggi invise ai repubblicani: la riforma sanitaria, appunto, e poi gli ordini esecutivi di Obama sull’immigrazione, l’aborto, la legge Dodd-Frank che rende più severe le regole per l’industria finanziaria, e ancora quella che tutela le specie in via d’estinzione. Quanto sia importante per la giurisprudenza e per la società americane l’azione della Corte Suprema, lo dimostra del resto la recente decisione dei nove giudici che ha bloccato l’implementazione delle politiche ambientali di Obama. Storicamente, poi, la Corte Suprema ha accompagnato e contribuito a orientare la società americana in un senso piuttosto che in un altro. La Warren Court, quella presieduta da Earl Warren tra il 1953 e il 1969, allargò in modo drammatico i diritti civili, sindacali, politici. In anni più recenti, la Corte guidata da William Rehnquist ha invece sostenuto quella “rivoluzione conservatrice” che da Reagan in poi ha toccato gran parte della società.

Ecco perché la morte improvvisa di Scalia complica i disegni dei repubblicani. A questo punto l’equilibrio della Corte è di perfetta parità: quattro giudici conservatori e quattro liberal. Tocca a Obama nominare il successore di Scalia: un evento non comune – soltanto cinque altre volte nella storia un presidente degli Stati Uniti ha nominato un giudice della Corte Suprema nell’ultimo anno di mandato – ma cui Obama intende tenere fede. “Penso di adempiere alla mia responsabilità costituzionale e nominare un successore nei tempi dovuti”, ha detto Obama, in una dichiarazione di poco successiva alla notizia della morte di Scalia. Le sue parole hanno scatenato reazioni furibonde dei repubblicani, che vogliono che sia il prossimo presidente a riempire il posto lasciato vacante. “Obama non provi a nominare il successore”, ha detto Ted Cruz, candidato dei repubblicani alla presidenza e rappresentante di quella cultura religiosa e conservatrice che Scalia incarnava. “Spero che Obama lasci perdere”, gli ha fatto eco il capogruppo repubblicano del Senato, Mitch McConnell. Probabile che a questo punto si apra un nuovo capitolo della guerra tra Casa Bianca e Congresso. Se infatti la nomina di un giudice spetta al presidente, il Senato deve ratificare la scelta. Chi vincerà il braccio di ferro, avrà anche la possibilità di influenzare il corso della politica e della società USA dei prossimi anni.