Partiamo da queste parole: “La pervicacia con cui il ministero delle Finanze tedesco e la Bundesbank continuano a portare avanti la loro linea incuranti delle macerie materiali e morali che essa ha provocato fa temere che in verità i gruppi dirigenti tedeschi (o una loro parte) abbiano già deciso di considerare chiusa l’esperienza dell’euro se non della stessa Unione”. Quella che ha tutta l’aria di essere una dichiarazione di fine-vita dell’euro questa volta non proviene dagli ambienti euroscettici, ma è il pensiero dell’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco su Il Sole 24 Ore. Il fatto che la Germania consideri virtualmente chiusa l’esperienza dell’euro non è affatto una sorpresa e gli indizi di questa posizione del governo tedesco risalgono alla scorsa estate, quando si manifestò l’impossibilità di raggiungere un accordo con il governo Tsipras sul memorandum delle politiche fiscali basate sugli avanzi di bilancio, tecnicamente impossibili da realizzare per la Grecia. La posizione della Germania all’epoca fu rigida e intransigente e fu espressa chiaramente dal ministro delle Finanze tedesco Schauble che propose l’espulsione temporanea dall’Eurozona della indisciplinata Grecia e una futura ipotetica riammissione negli anni a venire, una condizione non contemplata dalla lettera dei Trattati europei.

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Se non fosse stato per il deciso intervento degli Stati Uniti che temevano e temono tuttora la frattura dell’Eurozona e dell’Unione Europea, come fattori destabilizzanti geopoliticamente, probabilmente la Grecia sarebbe già fuori dall’euro. Fu chiaro allora che la tenuta dell’Unione monetaria non era più semplicemente un problema monetario, ma una questione di carattere politico i cui mutamenti avrebbero turbato i delicati equilibri tra la Nato e la Russia, che avrebbe potuto approfittare agevolmente della crisi dell’Unione europea per poter estendere le sue relazioni con i paesi europei, vincolati dalla politica estera di Washington e costretti ad applicare delle sanzioni economiche al loro principale partner strategico nel settore delle materie prime. Tutto questo evidenzia un dato che era già chiaro in precedenza, ovvero che non esiste la possibilità di riformare l’euro e i meccanismi che lo sorreggono.

Se si guarda alla scrittura dei Trattati europei e al loro impianto macroeconomico, non è difficile intuire che l’intero modello economico che sostiene l’Eurozona è stato ricalcato pedissequamente sulla struttura dell’economia tedesca, fondata sul mercantilismo e sulle politiche di esportazione che tendono ad aggredire la bilancia commerciale degli stati limitrofi. Il vero vantaggio competitivo che in questi anni ha accumulato la Germania è stato senza precedenti. Tutti i principali concorrenti europei sono stati pesantemente indeboliti; l’Italia da sempre il vero rivale dell’export tedesco ha subito nel giro di pochi anni una deindustrializzazione senza precedenti, e la Francia che inizialmente aveva cavalcato la scia della potenza tedesca, ora si ritrova a non poter più sopportare le condizioni di un’unione monetaria insostenibile anche per essa, quando il suo settore manifatturiero continua a dissolversi e la disoccupazione resta a cifre da capogiro, per non parlare del Sud Europa che si avvia presto ad essere un bacino di svalutazione salariale sul modello dei paesi dell’Est Europa.

A questo punto tutti gli obiettivi che si celavano dietro la moneta unica, sembrano essere raggiunti e dalle parti di Berlino sembrano essere ben consapevoli che questa situazione potrà reggere ancora per poco, non solo per l’impossibilità di continuare a rispettare dei parametri economici disegnati per l’economia tedesca, ma per le crescenti tensioni sociali che pervadono sempre di più i paesi europei che rischiano pericolosamente di deflagrare anche negli estremismi di destra più pericolosi. Dunque dopo aver spezzato le reni alla Grecia, il vero obbiettivo per dominare completamente l’Europa per i prossimi anni a venire, è quello di rendere inoffensivo il potenziale rivale economico e commerciale della Germania, ovvero quell’Italia che nonostante tutte le sue difficoltà resta il paese europeo con il più alto tasso di risparmio, e con un settore delle piccole e medie imprese che seppur indebolito pesantemente in questi anni, resiste ancora tra mille difficoltà. C’è ancora ricchezza nelle residue partecipazioni statali e nel settore bancario che appare più saldo di quello di molti altri paesi europei.

Prima di staccare definitivamente la spina all’Eurozona, Berlino ha bisogno di portare a compimento la fase conclusiva della moneta unica che vede una completa spoliazione delle partecipazioni pubbliche italiane e una pesante patrimoniale che si abbatterà sul settore della spesa pubblica. Politiche economiche che difficilmente un governo politico può realizzare, e che in passato sono state eseguite da governi tecnici, espressione del mandato esterno che impone esecutivi non eletti direttamente dal popolo per poter realizzare manovre di bilancio durissime, come fu nel 1992 quando il governo Amato praticò nottetempo  il prelievo forzoso sui conti correnti e come fu nel 2011 con l’approvazione della legge Fornero con il governo Monti. I segnali di debolezza del governo Renzi delegittimato dalle istituzioni europee – non certo per la sua presunta campagna contro Bruxelles fatta di dichiarazioni spavalde e scomposte in nome di una maggiore flessibilità di bilancio mai avvenuta – possono leggersi in questo senso e lasciano presagire un epilogo molto simile a quello del 2011.

Non è un caso che la stampa anglosassone abbia iniziato a criticare sempre più aspramente la figura del rottamatore fiorentino, che nell’ultimo editoriale del Financial Times firmato dal tedesco Wolfgang Munchau viene definito “comico” mentre lo stesso quotidiano adesso elogia la raggiunta maturità del Movimento 5Stelle raffigurato solamente un anno fa come inaffidabile e pericoloso. La bussola delle istituzioni finanziarie europee inizia a puntare in un’altra direzione, lontana da quella dell’attuale premier. Mentre continuano le pesanti perdite in borsa delle banche italiane che subiscono delle massicce vendite allo scoperto sulle quali la Consob ancora non ha fornito chiarimenti, tornano ad affacciarsi sulla scena Mario Monti, che critica l’atteggiamento irresponsabile di Renzi ed Enrico Letta, che si è schierato apertamente dalla parte dell’Europa contro l’attuale premier. Lo spettro dell’ex premier incombe su Renzi, che forse ha intuito che questa volta potrebbe essere la sua di testa a dover rotolare.