Perché un’opposizione vera affronterebbe le miserie del Belpaese, anziché baloccarsi sulle primarie
Le buste paga dimagrite negli ultimi dieci anni, certo: l’Italia è in coda a tutti i paesi europei per potere d’acquisto dei salari, mentre i prezzi al consumo si impennano. La sanità pubblica fatta a pezzi per compiacere gli amici da una politica clientelista. Naturale. Il lavoro povero che nutre le statistiche e fa esultare Meloni. Sebbene i dati falsamente dipingono una nazione in crescita, prospera e felice. Eppure quasi sei milioni di italiani non sanno se riescono a mettersi a tavola due volte al giorno.
L’assenza di una politica industriale abbandona al proprio destino interi comparti produttivi; l’Ilva travolta da decenni di incapacità della politica di affrontare i nodi che la stanno strangolando. I giovani scolarizzati in fuga all’estero. I cambiamenti climatici dell’ex Bel Paese, esposto a catastrofi naturali frutto del disinteresse cronico verso la cura del territorio e dell’ambiente da parte di tutti i governi succedutisi nei decenni. E via elencando. Non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Un’opposizione vigorosa e consapevole sventolerebbe queste miserie per definire il programma elettorale, anziché baloccarsi in verbose disquisizioni se è nato prima l’uovo o la gallina: ovvero se convenga affrontare di petto e risolvere una volta per tutte la vexata quaestio delle primarie del campo progressista, incoronando lo o la sfidante di Giorgia Meloni. Se cioè la spinosa diatriba del leader debba essere scavalcata a beneficio della definizione del perimetro politico dell’alleanza elettorale: chi ci sta e chi vorrebbe starci ma sarebbe meglio che se ne restasse alla larga.
Infine, se non è tempo di concentrarsi sui temi dirimenti che potrebbero far incagliare fra gli scogli la nave dell’alleanza oppure, se affrontati e risolti, lanciarla finalmente verso il mare aperto nella rotta definita e sicura verso l’approdo delle elezioni del 2027.
Fra i tanti temi in cerca di autore se ne profilano due, imponendosi sugli altri. Uno, domestico ancorché con riverberi internazionali: l’emigrazione al quale va collegato il corollario della sicurezza, percepita in pericolo da gran parte dell’opinione pubblica. Il secondo, di natura schiettamente internazionale: le guerre che infestano il pianeta e scuotono dalle fondamenta l’equilibrio geopolitico uscito dalla seconda guerra mondiale, mettendo in discussione il primato degli Stati Uniti, terremotando i capisaldi dell’economia planetaria.
Per me la primissima questione da affrontare e risolvere è la seguente: il campo progressista come si muoverà rispetto alla guerra in Ucraina? Se vincesse le elezioni il governo di centrosinistra, proseguirebbe o no a foraggiare il corrotto regime di Zelensky in nome di valori occidentali calpestati e offesi ogni giorno dalle stragi israeliane nei territori palestinesi, messi a repentaglio dalla guerra israelo-americana all’Iran? Ancora: come ci si porrà rispetto a Russia e Cina, che le cancellerie europee indicano come nemici mortali? Torneremo a comprare gas russo a basso prezzo o resteremo sotto la ferula di Trump che ci impone di spendere cifre folli per l’energia e le armi? Questioni cruciali. Non dettagli.
Nelle more della discussione solipsistica italiana, una stanca “ammuina”, l’ultradestra segna successi clamorosi. Vannacci non ha raccolto ancora un solo voto nelle urne, eppure viene accolto con tutti gli onori al Forum Ambrosetti e da quel pulpito declama le sue ricette fasciste e razziste. In Germania la preannunciata valanga nera di Afd travolge il piccolo Land della Sassonia Anhalt e minaccia di spazzare via il cancelliere Merz. Circola in Europa la sensazione diffusa che i governanti di Bruxelles e le cancellerie di Berlino e Parigi, spalleggiate dall’inquilino al numero 10 di Downing Street, stiamo svuotando l’Unione (scientemente o meno non ha importanza) della sua stessa ragion d’esistere come crogiuolo di convivenza pacifica fra i popoli, nel rifiuto apodittico e senza tentennamenti di qualunque guerra.
La gente percepisce che si sta sacrificando ad interessi estranei, con la pace la prosperità dei popoli europei; in difesa di un paese, l’Ucraina, che si vorrebbe assorbire nell’Unione, appesantita da gravosi pesi morti e pericolose ipoteche politiche (Polonia, Paesi baltici) votate a coltivare la follia della guerra alla Russia. Davvero si vuole convincere i popoli europei a morire per Kiev in nome dei cessi d’oro dei sodali di Zelensky?