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Nel regolamento Ue sugli appalti proposto da Bruxelles niente tutele contro il dumping contrattuale. Cgil: “Il governo ne chieda il ritiro”

La novità politicamente più rilevante è il nuovo quadro di preferenza europea. La Commissione vuole poi spostare il criterio di aggiudicazione al rapporto tra prezzo e qualità: i criteri qualitativi dovranno pesare almeno per il 30% e arrivare al 50% nei contratti ad alta intensità di lavoro. Ma le garanzie per i lavoratori sarebbero indebolite rispetto a quelle previste in Italia
Nel regolamento Ue sugli appalti proposto da Bruxelles niente tutele contro il dumping contrattuale. Cgil: “Il governo ne chieda il ritiro”
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La Commissione europea vuole privilegiare le aziende del Vecchio continente nell’accesso agli appalti pubblici. “Stiamo dando agli acquirenti pubblici la possibilità di comprare europeo”, ha detto il vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné presentando la riforma del comparto. Ma nel nuovo regolamento – su cui dovrà partire il confronto con Parlamento e Consiglio – ci sono anche aspetti che preoccupando i sindacati: alcune delle tutele per i lavoratori previste dal Codice italiano rischiano di diventare facoltative, perché le nuove norme sarebbero direttamente applicabili e lascerebbero agli Stati membri meno margini di quelli che l’Italia si è ritagliata negli ultimi anni.

La proposta della Commissione sostituisce le tre direttive europee oggi in vigore con un unico regolamento e promette meno burocrazia, più negoziazione tra amministrazioni e imprese e una nuova piattaforma digitale comune. Il mercato interessato vale circa il 15% del Pil dell’Unione e Bruxelles calcola un risparmio amministrativo di circa 650 milioni di euro l’anno. Il solo Digital Marketplace europeo, che collegherà i sistemi nazionali di e-procurement, dovrebbe generarne altri 220 milioni grazie al principio once only: le imprese non dovranno presentare più volte gli stessi dati per partecipare alle gare nei diversi Paesi.

La novità politicamente più rilevante è il nuovo quadro di preferenza europea. La Commissione vuole chiarire quando le amministrazioni potranno privilegiare imprese e prodotti europei e quando, invece, potranno “restringere o respingere” offerte provenienti da Paesi terzi. I criteri potranno riguardare la reciprocità nell’accesso ai mercati pubblici, ma anche la sicurezza degli approvvigionamenti, le dipendenze strategiche e più in generale la sicurezza economica dell’Unione. “Non sarà colpa della Commissione europea se gli acquirenti pubblici preferiranno autobus cinesi ad autobus europei, perché nel testo c’è ogni possibilità di dare la preferenza agli autobus europei”, ha detto Séjourné presentando la proposta. La decisione su come vengono spesi i soldi pubblici potrà diventare anche una questione di “responsabilità” politica davanti agli elettori.

La Commissione vuole poi spostare il criterio di aggiudicazione dal semplice prezzo al rapporto tra prezzo e qualità. I criteri qualitativi dovranno pesare almeno per il 30% e arrivare al 50% nei contratti ad alta intensità di lavoro, salvo deroghe motivate. Nelle gare potranno entrare elementi ambientali, sociali, di innovazione, sicurezza e resilienza. Vengono inoltre rafforzati i riferimenti alla cybersecurity, alle infrastrutture critiche, alle interferenze straniere e alla dipendenza da fornitori extra-Ue. E la Commissione promette di favorire le Pmi, anche attraverso la divisione degli appalti in lotti più piccoli.

È proprio sulle tutele sociali, però, che il confronto con il sistema italiano è problematico. Il regolamento europeo non impone, per esempio, il meccanismo previsto dal nostro Codice per evitare il dumping contrattuale. In Italia l’impresa deve indicare il contratto collettivo nazionale applicato e, nei casi previsti, dimostrare l’equivalenza delle tutele rispetto al Ccnl di riferimento. Nel testo europeo, invece, l’articolo 56 stabilisce che gli acquirenti pubblici “possono tenere conto di considerazioni di natura sociale” nell’aggiudicazione degli appalti, per ottenere risultati sociali positivi o prevenire e mitigare impatti negativi nel ciclo di vita del contratto. Quello che nel nostro ordinamento è un obbligo diventa, a livello europeo, una facoltà. Lo stesso vale per le clausole sociali. L’articolo 57 del Codice italiano impone alle stazioni appaltanti di prevedere, nei casi stabiliti dalla legge, clausole per favorire la stabilità occupazionale nei cambi di appalto. In concreto, l’impresa subentrante deve assumere il personale impiegato nell’appalto precedente, nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa e dalla contrattazione collettiva, compresi i diritti acquisiti. Il rischio, secondo i sindacati, è che il nuovo quadro europeo finisca per indebolire queste garanzie.

La Cgil chiede per questo al governo italiano di opporsi alla proposta. “Chieda il ritiro”, dice Alessandro Genovesi, responsabile appalti della Cgil nazionale, denunciando il rischio che il regolamento europeo superi gli attuali codici nazionali. Il sindacato contesta soprattutto l’assenza di obblighi sul rispetto dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, sulle clausole sociali, sulla parità di trattamento tra lavoratori in appalto e subappalto e sulla responsabilità solidale lungo la filiera. La richiesta è di mantenere il divieto del massimo ribasso come criterio di assegnazione e di intervenire sul problema dei subappalti a cascata, che secondo la Cgil possono favorire compressione dei salari, lavoro irregolare, infortuni e infiltrazioni criminali. Il sindacato chiede che il subappalto sia limitato alle attività specialistiche e non possa trasformarsi in uno strumento per ridurre costi e diritti, arrivando a escludere il ricorso oltre il primo livello.

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