Produzione crollata del 50 per cento e un 2016 che inizia con 315 operai in cassa integrazione. Sembra non finire mai l’anno nero dei lavoratori della Maserati di Modena. I vertici del gruppo Fca (Fiat Chrysler Automobiles), di cui il Tridente fa parte, hanno annunciato un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali per i dipendenti dello storico marchio automobilistico Made in Italy, a partire dal 5 febbraio prossimo. Annuncio che, sommato al calo delle vendite effettuate nell’ultimo anno e al dimezzamento delle auto prodotte in viale Ciro Menotti, scese della metà in circa 24 mesi, ha destato più di qualche allarme nella Motor Valley d’Italia. “La situazione alla Maserati è molto preoccupante – spiega Simone Selmi, coordinatore provinciale della Fiom Cgil per il Gruppo Fiat – nonostante tutte le promesse formulate da Sergio Marchionne al presidente del Consiglio Matteo Renzi, ci troviamo in una situazione di completa incertezza, con la produzione che anno dopo anno continua a diminuire, a cui ora si è aggiunto il ricorso alla cassa integrazione per 315 operai. Eppure i vertici dell’azienda non hanno saputo dirci nulla circa il futuro dello stabilimento”.

Dopo che da Detroit era arrivato l’annuncio della quotazione in borsa di Fiat-Chrysler, i due modelli Maserati in produzione a Modena arriveranno a fine ciclo rispettivamente a al termine del 2016 e del 2018. “A oggi”, ha continuato Selmi, “non sappiamo da cosa saranno sostituiti. Fca nei giorni scorsi aveva parlato di una nuova vettura da produrre a partire dal 2019, ma non si sa nulla, notizie certe non ne abbiamo”. L’andamento dei mercati di riferimento, per quanto riguarda il Tridente, cioè Stati Uniti e Cina, poi, non contribuisce ad allentare la tensione a Modena: “C’è crisi”, spiega Selmi, “gli ordini sono calati”.

Così, se nel 2014 al quartier generale Maserati si assemblavano 19 auto al giorno, la produzione è scesa, nel 2015, a 9-10 vetture quotidiane, “un trend”, fa i conti Cesare Pizzolla, segretario modenese delle tute blu, “che, salvo cambi di corrente, è destinato a protrarsi nel 2016”. Per quanto riguarda l’Alfa Romeo, che a Modena produce i modelli Gran Turismo e Gran Cabrio, e assembla l’Alfa 4C, poi, il “piano di rinascita” annunciato a più riprese è stato fatto slittare al 2020.

Ma nemmeno nelle altre fabbriche a marchio Fiat Chrysler la situazione è serena: “In Cnh l’anno scorso i lavoratori hanno fatto 86 giorni di cassa integrazione, e dopo 5 anni di crescita l’azienda sta subendo gli effetti di un calo importante nelle vendite per quanto riguarda il settore agricolo – riassume Selmi – mentre Ferrari è alle prese con timori per l’indebitamento finalizzato al finanziamento di Fca, e con quel documento presentato al momento della quotazione in borsa, che non garantisce la permanenza della produzione a Modena, ma che anzi, contempla fattori che potrebbero portare all’abbandono del sito, tra cui il costo del lavoro”.

Così, per fare il punto della situazione nei vari stabilimenti Fiat, “e chiedere a Fca risposte chiare”, le tute blu hanno organizzato il primo febbraio un’assemblea pubblica, invitando anche le istituzioni. “I rapporti tra la Fiom e i vertici del gruppo non sono buoni da quando ci cacciarono dalle fabbriche per non aver sottoscritto il contratto Fiat assieme agli altri sindacati, e serve che tutti vigilino, per garantire in primo luogo la permanenza della produzione in Italia, e di conseguenza, l’occupazione”. Fca, nella Motor Valley, dà lavoro a circa 5mila addetti, a cui si somma un indotto di piccole e medie aziende artigiane la cui sopravvivenza dipende dal benessere delle fabbriche automobilistiche a marchio Fiat.

“Per parlare di futuro serve un piano industriale ad hoc per ciascuno dei tre marchi, Cnh, Ferrari e Maserati – sottolinea Tania Scacchetti, segretario della Cgil di Modena – la notizia che a Modena verrà realizzato un punto di ingegneria e ricerca sui nuovi modelli è positiva, ma non basta a rassicurare sulla tenuta occupazionale: servono certezze”.

Le tute blu vorrebbero che i dirigenti del gruppo Fca volassero in Italia per un confronto, e che a spronarli fossero anche le istituzioni. Nazionali, soprattutto. “Sia Renzi, sia Marchionne hanno millantato assunzioni, e poi in realtà si ricorre alla cassa integrazione, mentre i piani industriali di rilancio slittano o finiscono nel dimenticatoio – sottolinea Selmi – visto che il governo ha usato la Fiat per la campagna elettorale sarebbe ora che le promesse venissero rispettate. Altrimenti viene da pensare che, sebbene il presidente del Consiglio si vanti di avere ottimi rapporti con ‘l’amico Marchionne’, la cosa non sia affatto reciproca. Perché non sembra proprio che Marchionne mostri la stessa simpatia per l’Italia”.