Le richieste di Vito Ciancimino per incontrare Luciano Violante nell’estate del 1992? “Ne parlai con l’allora presidente della commissione Antimafia in almeno quattro occasioni”. Le lamentele del pm Alfonso Sabella sull’eccessiva autonomia del Ros? “Né Sabella né la procura hanno mai espresso rimostranze sul nostro operato”. La latitanza Bernardo Provenzano? “Nessuno impedì alle altre forze di polizia di cercarlo”. All’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo va in onda l’autodifesa del generale Mario Mori, imputato insieme ad altre nove persone – tra politici, carabinieri, e boss mafiosi – di violenza o minaccia ad un corpo politico dello Stato, e cioè il reato principale del processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e le istituzioni. Appena tre giorni fa, Mori ha visto alleggerire la sua posizione in un altro processo in cui è imputato, quello d’appello per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995.

Dopo l’assoluzione in primo grado, adesso il procuratore generale Roberto Scarpinato ha deciso di chiedere una condanna dimezzata per Mori (da 9 anni a 4 e mezzo), dopo aver rinunciato a due importanti aggravanti che erano stati contestati in precedenza: quello disciplinato dall’articolo 7, e cioè aver avvantaggiato Cosa nostra, e quello previsto dall’articolo 61, comma 2, del codice di penale, che invece sanziona l’aver commesso il reato per assicurare a sé o ad altri il prodotto o l’impunità di un altro reato. Come dire che dal processo sulla mancata cattura del boss corleonese scompaiono i riferimenti alla Trattativa. Ed è proprio la corte d’assise di Palermo che sta celebrando il processo sul Patto Stato – mafia, che oggi ha ascoltato le dichiarazioni spontanee dello stesso Mori.

Il generale ha cercato di confutare quanto messo a verbale nelle ultime udienza dall’ex pm Alfonso Sabella, molto critico sull’eccessiva autonomia – rispetto alla magistratura – dimostrata dal Ros dei carabinieri negli anni ’90. “Né Sabella, né la Procura di Palermo espressero rimostranze sull’operato del Ros e neppure ci sollecitarono a fornire informazioni. Non capisco perché il Ros, avendo direttive specifiche dal procuratore e dal pm delegato, avrebbe dovuto avvertire Sabella in merito a inchieste su cui non era competente”. Ascoltato come teste del processo Sabella aveva raccontato dell’intenzione manifestata dall’ex pm di Firenze Gabriele Chelazzi (che indagava sulle stragi prima di morire prematuramente) di iscrivere nel registro degli indagati proprio il generale Mori, a proposito del fallito attentato allo Stadio Olimpico dei primi mesi del 1994. “Chelazzi – ha detto l’ex assessore al comune di Roma – mi disse che voleva indagare Mario Mori, poi tre-quattro giorni dopo è morto”. “È solo un’affermazione del dottor Sabella, che non cita alcun atto che confermi quanto da lui detto”, ha detto l’ex alto ufficiale dei Carabinieri. Che poi ha provato a confutare le affermazioni di Luciano Violante, ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, che ha raccontato di essere stato avvicinato dallo stesso Mori, nell’estate del 1992, ambasciatore di una richiesta proveniente da Vito Ciancimino, e cioè la possibilità d’incontrare segretamente l’ex sindaco mafioso di Palermo. “Vidi Violante quattro volte, tra agosto e novembre del 1992, e gli riferii in più fasi che avevo iniziato un rapporto confidenziale con Ciancimino, il quale mi aveva espresso la richiesta di essere sentito dall’Antimafia senza condizioni: gli parlai anche di un libro che l’ex sindaco aveva scritto”, ha detto Mori, che di quelle manovre non avvisò mai la magistratura. “Lo stesso Violante – ha aggiunto il generale – mi chiese se avevo avvisato l’autorità giudiziaria e io gli risposi di no, perché, visti i contrasti sorti con la Procura per l’indagine mafia-appalti, mi riservavo di farlo dopo l’insediamento del nuovo procuratore, previsto di lì a poco. Lui non replicò, ne dedussi che approvava”. In uno dei passaggi delle sue dichiarazioni, Mori ha anche fatto cenno al blitz mai ordinato il 31 ottobre del 1995 a Mezzojuso, dove si nascondeva Provenzano, e alla lunghissima ricerca del boss corleonese poi arrestato solo nel 2006. “Nessuno impedì mai ad altre forze di polizia di cercarlo, anche se che il Ros, per molto tempo, fu l’unico reparto di polizia giudiziaria a occuparsi con determinazione della ricerca. Questo perché Salvatore Cancemi pentendosi aveva evidenziato l’operatività di Provenzano in un momento in cui molti lo ritenevano morto”.