L’Europa torna a sprofondare insieme alla Cina e ai prezzi del petrolio con il barile che è sceso per seconda volta in una settimana sotto i 30 dollari, il livello minimo da 12 anni. L’America segue a ruota, peggiorando la situazione con dati macroeconomici deludenti. Si può sintetizzare così il venerdì nero delle piazze finanziarie del Vecchio Continente che hanno chiuso tutte in profondo rosso, da Milano (-3,07%) che, arretrando di oltre il 10%, nelle ultime due settimane si è mangiata quasi tutti i guadagni del 2015, ad Atene (-3,53%), passando per Parigi (-2,38%), Madrid (-2,78%), Londra (-1,93%) e Francoforte (-2,5%). Ancora più plastica la rappresentazione data dall’andamento dell’indice Stoxx Europe 600 composto dalle 600 maggiori società europee, che ha ceduto il 2,8%, segnando un calo superiore al 20% rispetto allo scorso aprile, mentre il saldo della settimana, tra alti e bassi, è di -3,4 per cento.

L’ennesimo tonfo di Shanghai, entrata tecnicamente in fase ribassista vista la correzione superiore al 20% dai massimi di dicembre, e le vendite consistenti sul petrolio arrivato al test dei 30 dollari (-4,9% il Brent marzo a 29,38 dollari al barile, -5,3% il Wti marzo a 30,4), ma anche su altri metalli pesanti (il rame ha aggiornato ancora i minimi da sei anni e mezzo), hanno alimentato una nuova fuga dal rischio e in particolare dall’azionario. I settori più colpiti in Europa sono stati in particolare minerari, energia e banche, fronte, quest’ultimo, che a Piazza Affari è stato ben rappresentato dal Montepaschi che è tornato a crollare cedendo il 6,7 per cento, mentre tra gli energetici a Milano si sono distinte Saipem (-5,7%) ed Eni (-3,5%). A precipizio anche l’auto dopo la bufera abbattutasi su Renault (-3,7% solo venerdì) e su Fiat-Chrysler (-2,8%).

Tutto è partito dalla Cina con Shanghai che ha chiuso a -3,55% dopo la diffusione di un dato sul calo dei prestiti bancari che ha nuovamente alimentato i timori sul rallentamento dell’economia cinese. A rendere la giornata esplosiva si è poi aggiunto il calo del greggio che ha affossato anche Mosca e a condire il tutto è infine arrivata la pubblicazione dell’indice manifatturiero Empire State di New York, che a gennaio si è attestato a -19 punti, decisamente sotto le previsioni, fissate a -4 punti. E così mentre le borse europee acceleravano al ribasso, Wall Street apriva in deciso calo ampliando via via le perdite.

Non è andata meglio a Mosca, con l’indice Rts in dollari che è arrivato a perdere oltre il 6% e ha chiuso a -5,5 per cento. In pesante calo il gruppo del petrolio e del gas Gazprom, che pure proprio venerdì ha comunicato di aver registrato nel terzo trimestre dello scorso anno una perdita di 24 milioni di euro, inferiore rispetto a quanto si attendevano gli analisti. Sullo sfondo i conti pubblici di Mosca, messa alle strette dal calo dei proventi dall’export di idrocarburi. Il primo ministro Dmitri Medvedev ha ribadito che gli obiettivi di bilancio sono a rischio perché il budget è stato scritto assumendo un prezzo medio di 50 dollari al barile, mentre il greggio continua a deprezzarsi e “non è da escludere un ulteriore calo delle quotazioni”. Già nei prossimi giorni infatti l’Iran dovrebbe incassare la fine delle sanzioni, preludio alla ripresa dell’export, cosa che contribuirà all’eccesso di offerta a livello globale. Di conseguenza vari capitoli di spesa del Cremlino potrebbero subire tagli significativi.

Sullo sfondo, l’incertezza sulle prossime mosse delle banche centrali. Le osservazioni di James Bullard, membro votante del Fomc, sui tempi lunghi di ripresa dell’inflazione visti i prezzi del greggio hanno aumentato l’apprensione sulle prossime scelte della Federal Reserve nel suo percorso già avviato di normalizzazione dei tassi di interesse. Giovedì inoltre le indiscrezioni di uno scetticismo da parte di membri della Bce sulla necessità di altri interventi nel breve termine avevano ulteriormente contribuito ad accentuare le vendite. In questo quadro anche gli Stati Uniti non hanno offerto un supporto visto che, anche l’incremento della fiducia dei consumatori a gennaio, non è servito a sostenere Wall Street.