Subito dopo la morte di Stefano Cucchi, tutti i carabinieri coinvolti nella vicenda furono convocati presso il Comando del Gruppo Roma o il Comando provinciale. Ad ascoltare le loro versioni dei fatti c’erano l’allora comandante provinciale, oggi comandante della Scuola ufficiali, generale Vittorio Tomasone, l’allora comandante del Gruppo, colonnello Alessandro Casarsa (oggi a capo del Reggimento corazzieri), i comandanti delle compagnie Casilina (da cui dipende la stazione Appia) e Montesacro (da cui dipende Tor Sapienza) e anche quelli delle stazioni interessate.

Tutti i vertici locali dell’Arma vollero essere informati su quanto accaduto nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009. Sui giornali già si parlava di “caso Cucchi” e la famiglia aveva cominciato a chiedere la verità su quel corpo martoriato.

A confermare l’esistenza di un’indagine interna, che – va ricordato – si concluse senza l’individuazione di alcuna responsabilità, sono oggi alcuni verbali di assunzione di informazioni in possesso della Procura di Roma, nell’ambito dellinchiesta bis sulla morte del ragazzo. Ma non solo: si parla di quelle convocazioni nella querela presentata dal comandante di Tor Vergata, Enrico Mastronardi, nei confronti di Riccardo Casamassima e Maria Rosati, i due militari che il 14 maggio scorso si sono presentati nello studio dell’avvocato Anselmo (legale della famiglia Cucchi) per raccontare di aver assistito a un incontro tra Mastronardi e l’allora comandante dell’Appia, oggi indagato per falsa testimonianza, Roberto Mandolini.

In quell’occasione, hanno riferito i due testimoni, quest’ultimo avrebbe detto al collega: “È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato”. Ebbene, nella querela presentata da Mastronardi si fa riferimento, in termini diversi, a quell’episodio e a quanto ne seguì: “Lo scrivente – si legge nell’atto – confermava che il maresciallo Mandolini aveva avuto un breve colloquio privato. Infatti, allorquando conferiva con il comandante di stazione, questi, a mo’ di sfogo, spontaneamente affermava che a seguito dell’arresto di Cucchi e delle notizie stampa subito dopo apparse in cui venivano riportati verosimili maltrattamenti, veniva convocato dal comandante provinciale Tomasone che lo aveva escusso in modo molto approfondito ed esaustivo per la esatta ricostruzione della vicenda”.

Lo stesso comandante Mandolini conferma che quelle riunioni ci furono, che venne controllato ogni atto, che per giorni vennero chieste delucidazioni e che quelle spiegazioni vennero confrontate tra loro per vedere se qualcuno stesse mentendo. Ma nulla, come detto, l’inchiesta interna – severissima e durata mesi, a detta di Mandolini – non portò a nulla. Sappiamo poi come è andato il primo processo.

Il maresciallo, che davanti al sostituto Giovanni Musarò (titolare dell’indagine, insieme col procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone) si è avvalso della facoltà di non rispondere, a differenza dei suoi quattro colleghi indagati continua a scrivere e a rispondere su Facebook a chi lo sostiene e a chi gli chiede conto. Ieri ha voluto spiegare il perché di una cosa definita “inusuale” dagli stessi carabinieri. Quando Cucchi quella notte venne trasferito da Appia a Tor Sapienza, dopo il “violentissimo pestaggio” indicato dagli inquirenti, diede disposizione ai suoi uomini di lasciare al piantone il suo personale numero di cellulare.

Di solito, in caso di problemi si chiama la centrale (il 112), riferiscono molti militari ascoltati; quella notte, al piantone venne lasciato un biglietto: “Se ci sono problemi chiama il maresciallo Mandolini”. “Visto che la pratica è comune ed è giornaliera – ha scritto questi in un post – è di buon uso e costume, per rispetto del Comandante di Stazione che ospita un detenuto tratto in arresto da un altro comando, lasciare il numero di telefono del Comandante o del responsabile dell’arresto per ogni eventuale necessità che sopraggiunga, soprattutto nelle ore notturne, senza dover disturbare il Comandante di Stazione ospitante”. Buon uso o premura che adesso spetta ai magistrati valutare.

Da Il Fatto Quotidiano del 08/01/2016