“Gli Stati Uniti sono alla testa degli infedeli e la loro battaglia contro i musulmani è persa. I mujahidin hanno giurato che l’America la pagherà cara, ancora di più rispetto a quello che è stato fatto da Osama bin Laden”. Era il 29 giugno 2014 e, con un messaggio audio, Abu Bakr al-Baghdadi si autoproclamava Califfo del neonato Stato Islamico. Infedeli e occidentali i principali nemici da combattere per il sedicente Califfo, uomo del terrore per l’Occidente dopo le stragi di Parigi del 13 novembre. Agli inizi di dicembre era stato dato per ferito e curato in Turchia, quindi – notizia poi smentita – nascosto a Sirte, nella roccaforte libica dello Stato islamico. Il suo nemico numero uno sono gli Stati Uniti, potenza che, nelle parole del leader del movimento terroristico, ha invaso l’Iraq, soggiogato i veri musulmani e costretto la popolazione a vivere sotto la dominazione sciita del governo di Nouri al-Maliki.

Ma il 29 giugno 2014 non è la prima volta che le strade del Califfo e degli Stati Uniti si incrociano. Era successo già dieci anni prima nel centro di detenzione di Camp Bucca, nel sud dell’Iraq, poi in Siria, agli albori dell’insurrezione contro il regime di Bashar Al-Assad, dove il leader originario di Samarra si trovava per coordinare la lotta al fianco delle milizie di Jabhat al-Nuṣra, e infine a Washington, almeno idealmente, quando il Pentagono capì che poteva nascere uno Stato islamico tra Siria e Iraq “per isolare il regime siriano” e decise di non fare niente per impedirlo. Incroci, tutti e tre, che hanno favorito la nascita e la crescita del Califfato.

Camp Bucca, “l’Accademia” di terrorismo controllata dagli Stati Uniti
Ѐ il 4 febbraio 2004. Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri, vero nome di al-Baghdadi, viene catturato mentre si trova insieme a un uomo inserito nella lista dei ricercati Usa. Lo portano nel centro di detenzione di Camp Bucca, a Umm Qasr, cittadina nel governatorato di Bassora, nel sud dell’Iraq. Dietro alle sbarre e al filo spinato del campo americano al-Baghdadi rimarrà, però, solo dieci mesi. Il motivo lo si capisce leggendo i documenti relativi alla sua detenzione: il futuro leader dello Stato Islamico è stato incarcerato come “detenuto civile“.

Sembra quindi che il governo e i militari statunitensi non sapessero, al tempo, che l’allora 33enne al-Baghdadi era già entrato a far parte, 5 anni prima, di una frangia estremista legata alla Fratellanza Musulmana con a capo Muhammad Hardan, membro del movimento ed ex mujahidin che aveva combattuto contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan negli anni ’80. Nel 2000, riporta William McCants di Brookings Institution nel suo The Believer, il futuro Califfo “era già pronto a combattere” e nel 2003 sarà tra i fondatori di Jaysh Ahl al-Sunna wa-l-Jamaah, un gruppo islamista che combatteva contro le truppe americane nell’Iraq centrale e settentrionale.

Nel 2004, gli Stati Uniti sembrano essere ancora all’oscuro dei movimenti del futuro leader delle bandiere nere. I dieci mesi di detenzione a Camp Bucca, però, si sono rivelati preziosi per il futuro da leader di al-Baghdadi. La prigione ospitava jihadisti ed ex combattenti dell’esercito di Saddam Hussein, alcuni dei quali provenienti dal carcere di Abu Ghraib, in seguito allo scandalo del 2004 sulle torture ad opera dei militari americani sui detenuti iracheni. Una situazione ideale per fare proseliti e radicalizzare soldati che, dopo l’invasione americana dell’Iraq, sono stati incarcerati, alcuni torturati, e hanno visto finire il proprio Paese nelle mani di un esercito straniero. Per questo la prigione era stata rinominata “The Academy”, la scuola del Jihad.

Ed è proprio in questo contesto che nasce la figura dell’Abu Bakr al-Baghdadi leader. “Ogni volta che c’era un problema nel campo– ha raccontato al Guardian un ex detenuto – lui (al-Baghdadi) era al centro di tutto. Voleva essere il capo della prigione e applicava la politica del divide et impera per ottenere ciò che voleva, ovvero quello status”. Secondo la testimonianza dell’ex compagno di carcere, al-Baghdadi era diventato il mediatore tra i detenuti e i militari americani: i primi lo ritenevano ormai un capo, i secondi lo vedevano la chiave d’accesso per comunicare con i prigionieri. Al-Baghdadi era diventato l’anello di congiunzione dal quale dipendevano gli equilibri dell’intera prigione.

Questa immagine di leader e la profonda conoscenza dei testi e della recitazione coranica, alla base di tutti i suoi studi universitari, gli hanno permesso di conquistare la fiducia di molti ex baathisti, convertirli e convincerli ad unirsi al jihad. Tutto sotto gli occhi dei militari americani. Quando al-Baghdadi lascia il campo di detenzione, a dicembre 2004 secondo i documenti diffusi, lo farà da normale cittadino iracheno e non da terrorista, come invece è successo a inizio dicembre alla sua ex moglie, Saja al Dulaimi, liberata dal governo libanese nell’ambito di uno scambio di prigionieri con i jihadisti di Jabhat al-Nusra. Quando metterà piede fuori dal carcere, il futuro Califfo avrà posto le basi per la creazione di un emirato islamico con ai vertici proprio gli islamisti e gli ex di Saddam che a Camp Bucca hanno scelto al-Baghdadi come loro nuovo leader.

La guerra in Siria e le armi dell’Occidente
Uscito da Camp Bucca, Abu Bakr al-Baghdadi decide di compiere subito un salto di qualità all’interno della galassia jihadista irachena e, con il suo gruppo, si unisce alla lotta di al-Qaeda in Iraq, al tempo comandata da Abu Musab al-Zarqawi. Solo nel 2012, dopo la morte del fondatore e del suo successore, Abu Ayyub al-Masri, al-Baghdadi diventa il nuovo capo di quello che è diventato lo Stato Islamico di Iraq e Levante (Isil).

Già da un anno, però, il jihadista di Samarra è impegnato in Siria al fianco di al-Nusra nella battaglia contro il regime di Assad. Ed è proprio in quegli anni, come rivela Seymour Hersh nella sua inchiesta The Red Line and the Rat Line, che avviene il secondo incontro tra al-Baghdadi e gli Stati Uniti. Nel 2012, riporta il giornalista investigativo citando fonti ai vertici dei servizi segreti e della sicurezza statunitensi, nelle aree controllate dai ribelli, tra cui anche quelli di Isis e di Jabhat al-Nusra, arrivavano le armi dell’ex esercito del decaduto presidente libico, Muammar Gheddafi, forniture militari e milioni di dollari. A finanziare l’operazione erano le petromonarchie del Golfo come Qatar e Arabia Saudita, ma ad organizzare quella che Hersh ha ribattezzato la Rat Line sono stati i servizi segreti turchi, l’MI6 britannico e, appunto, la Cia.

Pentagono: “Potrebbe nascere uno Stato Islamico in Siria e Iraq”. Ma ignorarono il pericolo
Secondo i documenti desecretati del Pentagono diffusi da Judicial Watch a maggio 2015, il Dipartimento di Difesa era perfettamente al corrente dei rischi che correvano gli Stati Uniti rifornendo di armi i ribelli siriani. Nei file si legge che la Difesa statunitense aveva previsto la possibile formazione di un “dichiarato o non dichiarato principato salafita nella Siria orientale. Questo è esattamente ciò che vogliono le forze a sostegno dell’opposizione per isolare il regime siriano, considerato punto strategico dell’espansione sciita nell’area (Iraq e Iran)”. Ma la previsione, che poi sarà ignorata dall’amministrazione americana favorendo la nascita e l’espansione dell’autoproclamato Califfato, aggiunge anche che “Isi (Stato Islamico dell’Iraq, ndr) potrebbe anche dichiarare la nascita di uno Stato Islamico grazie alla sua unione con altri gruppi terroristici in Iraq e Siria”.

Twitter: @GianniRosini