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Si è tanto parlato di concorso nazionale per l’accesso alle scuole di specializzazione in Medicina e Chirurgia ma, ancora oggi, a distanza di due anni dal primo concorso nazionale, non c’è nulla di concreto se non gli errori del Miur e nessuna ammissione di colpa da parte dei veri responsabili, il Miur, il ministro Stefania Giannini, e l’entourage ministeriale che si è occupato di progettare il concorso nazionale.

Gli scandali del primo concorso nazionale per le scuole di specializzazione hanno acuito la distanza tra la base e la dirigenza delle associazioni di rappresentanza medica preesistenti, che sino ad oggi sopravvivono solo grazie a una situazione di monopolio forzato e per contatti partitici anche di natura personale. Queste stesse realtà associative, negli anni, si sono battute per ottenere un concorso che premiasse il merito ma, per mancanza di competenza o per conflitto d’interessi, non si sono preoccupate di coadiuvare il lavoro del Miur, nella progettazione del nuovo concorso nazionale.
Si assiste, inermi, ad una privatizzazione del mondo medico. Ad oggi sono pochissimi i fondi stanziati per la formazione dei medici, eppure essi sono preziose risorse.

“Se dipendesse da me renderei contagiosa la salute invece che la malattia”, disse Robert Ingersoll. Oggi pare, invece, che lo stato voglia investire più su una condizione fisica disabilitante per l’uomo, da una parte aumentando il costo delle prestazioni mediche, dall’altra umiliando sempre più l’utenza. Durante il percorso universitario, e soprattutto nei primissimi anni della professione, ci si rende conto di come la professione scelta (tutelare la salute dei cittadini) si fondi su competenza, puntualità, rispetto per sé e per gli altri e serietà.

In questi due anni, però, abbiamo preso coscienza di come la competenza e la serietà delle istituzioni siano mancate nei confronti dei 12.000 medici che hanno partecipato ai due concorsi nazionali di specializzazione. E’ per questo che, oggi, associazioni definite “meteore” dagli organi di governo si pongono l’obiettivo di promuovere la salute e di riorganizzare i servizi della sanità pubblica, finalizzati al rispetto degli utenti e alle strutture pubbliche.

Nei mesi successivi al primo concorso nazionale, è stata fortissima l’impronta lasciata dal Coordinamento Mondo Medico sulla scena politico-sanitaria. “Associazione, quest’ultima, formata da medici neo-abilitati che hanno l’obiettivo di creare un percorso a cilindro dove tutti coloro che sono entrati a seguito della programmazione hanno il diritto/dovere di proseguire nella formazione e nel lavoro”, afferma la Vice-Coordinatrice Nazionale, Maja Fedeli.

Inoltre il curriculum vitae diventa controproducente. Il “110 cum laude” conseguito a Palermo ha peso diverso da quello conseguito all’Università degli Studi di Milano o all’Università Cattolica di Roma e ha ben altro peso (inferiore) rispetto a quello conseguito all’Università San Raffaele di Milano. Anche il sistema universitario, dunque, si divide in due sottogruppi (pubblico e privato). E’ per questo motivo che l’Associazione Coordinamento Mondo Medico ha lanciato una petizione on-line per esprimere un giudizio sull’abolizione del curriculum vitae, anche se può sembrare una proposta paradossale.

A questo enorme caos geo-medico si aggiunge poi la scorrettezza di quei medici che, per sopravvivere, adottano la legge della giungla (vince il più disonesto), dichiarando ieri (concorso nazionale SSM 2014) il reale punteggio (laurea più titoli), dichiarando oggi (concorso nazionale SSM 2015) un punteggio superiore, grazie ai mancati controlli incrociati (previsti nel bando di concorso) di competenza del Miur, attraverso le segreterie delle università di appartenenza, per constatare che quanto autocertificato, da parte del medico concorrente sul proprio percorso universitario, sia reale.

A restare indietro in questo stato caotico e irrispettoso sono gli onesti, quelli che rispettano la legge anche quando hanno piena coscienza che questa sia ingiusta. Solo per agire con rettitudine. E’ per questo che anche una proposta paradossale, come quella di abolire il curriculum, diventa normale, anzi forse diventa l’unica cosa da fare.