Un’indagine per appropriazione indebita rischia di gettare nel caos la curia di Mazara del Vallo. La procura di Marsala ha infatti notificato al vescovo Domenico Mogavero un avviso di garanzia: il presule è accusato di essersi appropriato di quasi 180mila euro, somme che provenivano dai conti correnti della diocesi mazarese. Ex sottosegretario della Conferenza episcopale italiana, famoso per una serie di battaglie in favore dei migranti, Mogavero è noto anche per alcune critiche nette spiccate all’indirizzo dell’ex premier Silvio Berlusconi, oltre che per le aperture alle coppie di fatto.

Secondo alcune fonti interne alla curia mazarese, il vescovo si aspettava l’arrivo di un avviso di garanzia. Nel registro degli indagati, infatti, è iscritto anche un sacerdote, don Franco Caruso, ex economo della diocesi, accusato di essersi appropriato di 120mila euro: si tratta, anche in questo caso, di denaro proveniente direttamente dai fondi della curia mazarese.

Le indagini svolte dalla guardia di finanza e coordinate dal procuratore capo Alberto Di Pisa ipotizzano per Caruso anche il reato di malversazione: avrebbe infatti destinato somme per circa 250mila euro, denaro proveniente dalla Cei, alle finalità più disparate. Una parte di quel denaro sarebbe arrivata anche a Vito Caradonna, sacerdote sospeso a divinis, condannato in appello a due anni per tentata violenza sessuale.

Caruso era stato sollevato dall’incarico di economo della Curia, e destinato alla parrocchia di Santa Ninfa, nel 2014, quando monsignor Mogavero si era accorto di una serie di ammanchi nei conti diocesani: secondo il settimanale Panorama si trattava di un “buco” da quasi sei milioni di euro. “Sottoporrò all’esame di un esperto contabile da me nominato la documentazione dell’ultimo quinquennio al fine di verificare la gestione economico-finanziaria della diocesi e l’accertamento di eventuali responsabilità”, aveva promesso monsignor Mogavero dopo il “licenziamento” di Caruso.

Stefano Pellegrino, l’avvocato del vescovo, ha inoltre specificato che era stato Mogavero stesso a denunciare alla procura “anomalie nella gestione dell’economato della Curia” che risalivano agli anni 2010-2011. “Al primo sospetto di irregolarità gestionale del servizio economato della diocesi – ha spiegato Pellegrino – il vescovo provvide ad incaricare due consulenti fiduciari per verificare la corretta applicazione della normativa canonistica e concordataria nella gestione della Diocesi, nonché accertare la regolarità della redazione dei rendiconti e dei finanziamenti della Cei“. L’avvocato ha chiarito che “monsignor Mogavero è stato avvisato e interrogato per un fatto di garanzia a tutela della propria posizione” e che durante l’interrogatorio ha depositato la documentazione “comprovante la totale ed assoluta estraneità a qualsiasi fatto astrattamente addebitabile allo stesso vescovo”.

E dire che nel giugno del 2011 lo stesso Mogavero era stato nominato dal Vaticano come visitatore apostolico della vicina diocesi di Trapani: una sorta di ispettore chiamato ad indagare sull’operato di monsignor Francesco Micciché. La relazione di Mogavero alla fine dell’ispezione aveva portato al siluramento di Micciché, defenestrato dalla carica di vescovo dalla Santa Sede, ma allo stesso tempo individuato come parte lesa di un presunto complotto ai suoi danni dalla procura di Trapani.

L’indagine degli inquirenti, però, era solo alle battute iniziali: e adesso i pm trapanesi indagano Micciché per calunnia, diffamazione, appropriazione indebita e malversazione. L’ex presule trapanese è accusato di essersi appropriato di circa 800mila euro, fondi provenienti dall’8 per mille. Dopo la complessa indagine a carico di Micciché, quindi, l’avviso di garanzia a Mogavero intorbidisce ulteriormente le acque a Trapani: estrema provincia siciliana, dove negli ultimi anni sono andati in onda scandali e misteri avvolti da una spessa nuvola d’incenso.