Dalle stelle alla stalle. Da manager più pagato di Germania a pensionato in bancarotta. Secondo l’edizione domenicale della Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAS) è un’ipotesi più che plausibile. L’autorevole quotidiano ha interpellato un esperto, Gregor Bachmann, docente di diritto alla libera Università di Berlino (FU Berlin), a giudizio del quale Martin Wintekorn, ex numero uno di Volkswagen Group, potrebbe perdere tutti i suoi averi. Si tratterebbe di un “caso estremo”, ma non può essere escluso perché in campo azionario i manager possono venire chiamati in causa anche nel caso non abbiano organizzato adeguatamente l’impresa che avevano la responsabilità di guidare.

In sintesi, anche se a Winterkorn non fossero imputabili relazioni dirette con il “dieselgate” – cioè anche solo di essere stato a conoscenza della manipolazione o aver di aver addirittura avallato l’adozione del software incriminato – potrebbe rischiare di dover contribuire “in solido” con il suo patrimonio personale al risarcimento del danno. Il mancato controllo sulle attività del gruppo è una ragione sufficiente, spiega il docente.

Fin dall’inizio, i vertici di Volkswagen – sollecitati anche dai rappresentanti dei lavoratori, dagli investitori e dall’opinione pubblica – hanno minacciato conseguenze dure per i responsabili della frode sulle emissioni di NOx. Alcuni responsabili sarebbero già stati individuati, anche se né il presidente del Consiglio di Sorveglianza, Poetsch, né il CEO, Mueller, hanno voluto fare nomi nel corso della conferenza stampa “chiarificatrice” dell’altro giorno. Di sicuro, oltre ai manager messi a riposo forzato, c’è stato il licenziamento di Ulrich Hackenberg.

Secondo Bachmann nel caso peggiore “Winterkorn rischia di perdere tutti i suoi risparmi”. Che non dovrebbero essere pochi. Il 68enne ingegnere era a capo del gruppo dal novembre del 2009 con uno stipendio tra i 12 ed i 17 milioni (nel 2011) euro l’anno: nel 2016 il totale era di 16 milioni e tre anni avrebbe sfiorato i 20 se egli stesso non ne avesse chiesto una riduzione (che gli venne immediatamente accordata). Non solo: per la sua pensione il gruppo ha accantonato una cifra vicina ai 29 milioni di euro. L’assegno mensile supera i 110.000 euro.

Winterkorn faceva anche qualche “lavoretto” extra, ad esempio come amministratore delegato di Porsche SE, la “cassaforte” attraverso la quale le famiglie Piech e Porsche controllano il 52% dei diritti di voto di Volkswagen Group. Questo incarico gli fruttava altri 832.000 euro, ma si è dimesso a metà ottobre. Cifre stratosferiche, che impallidiscono di fronte a quella incassata da Wendelin Wiedeking, ex numero uno di Porsche, che secondo i calcoli di Der Spiegel, in un solo anno, tra il 2007 ed il 2008, aveva percepito 100,6 milioni di euro (2 milioni di stipendio, una una tantum di mezzo milione ed il resto di compartecipazione agli utili). Adesso è sotto processo con l’accusa di aver manipolato il mercato attraverso informazioni improprie in occasione della tentata scalata di Porsche a Volskwagen.