“I miei genitori volevano dare a me e mia sorella più possibilità rispetto a quelle offerte dall’Italia. Quindi hanno scelto gli Stati Uniti“. Sara Camnasio, 22 anni e oggi astrofisica a New York, racconta gli inizi della sua seconda vita al di là dell’oceano. Nel 2009 la sua famiglia decide di trasferirsi da Bosisio Parini, paese di 3.500 abitanti in provincia di Lecco, alla metropoli più famosa del mondo. Un inizio non facile, con l’abbandono del liceo classico dopo due anni di frequenza e una lunga ricerca di una scuola superiore disponibile ad accoglierla a metà percorso. “L’unica a prendermi è stata una scuola internazionale per ragazzi che non parlavano inglese. Ma non riuscivo a farmi amici: a pranzo, in classe e in qualsiasi momento libero tutti i ragazzi si radunavano in gruppi basati sulla loro nazionalità. I giapponesi insieme, così come i cinesi, i brasiliani, i dominicani. Nessuno era italiano, purtroppo, tranne le cuoche in cucina che mi facevano saltare la fila”.

Dopo solo una settimana, Sara riesce a chiedere un trasferimento, ma le scuole ancora faticano accettarla: “Tutte dicevano ‘siamo pieni’, ma in realtà erano il mio inglese imperfetto e la mia timidezza a impedirmi di essere accettata”. Infine riesce a ottenere un colloquio e a entrare in una scuola, anche se la preside l’avverte: “Non ce la farai mai”. E invece non è andata così. Superato l’ostacolo, la high school si rivela più semplice del previsto: “La scuola superiore americana è uno scherzo incredibile. Tranne le materie che chiamano Ap (Advanced placement), le altre sono facilissime. Insegnano l’equivalente delle scuole medie in Italia, se non peggio. Io sono comunque riuscita a trarne il massimo, perché puoi scegliere la maggior parte delle tue classi e ho fatto in modo di finire subito quelle che mi sembravano inutili, entrando invece in tutte le classi Ap. Risultato: Sara si diploma con 100 e lode e Valedictorian, (onoreficenza assegnata al miglior diplomato di ogni classe).

“A scuola non riuscivo a farmi amici. A pranzo, in classe e in qualsiasi momento libero tutti i ragazzi si radunavano in gruppi basati sulla loro nazionalità. E di italiani non ce n’erano”

Poi c’è l’università, un altro scoglio. I suoi voti sono ottimi, ma le borse di studio non coprono le costosissime tasse universitarie e Sara deve rinunciare. Viene però selezionata dal Cuny Hunter College di New York. Facoltà: astrofisica. Se il confronto fra scuole superiori italiane e americane aveva premiato quelle del paese d’origine, nel mondo universitario la situazione sembra essere ribaltata, almeno per la capacità di premiare il merito: “Solo di borsa di studio universitaria mi hanno dato fra i 100 e i 120mila dollari per rette da pagare, appartamento, soldi per viaggiare e computer nuovo. L’anno scorso avevo una borsa di studio da 5mila dollari per le donne nella ricerca scientifica. Facendo una stima, dopo sei anni a New York credo di aver ricevuto fra i 150 e i 160mila dollari in borse di studio”.

E Sara riesce a trovare migliaia di dollari di finanziamento per quella che sta diventando la sua missione: comunicare in modo alternativo la scienza attraverso l’arte, soprattutto la danza. A settembre ha organizzato il suo primo progetto fra astronomia e danza. Lo scorso settembre, a soli 22 anni, ha ideato e diretto un evento finanziato con 5mila dollari attraverso il programma “Arts Across the Curriculum” sponsorizzato dalla Mellon Fundation. E il suo lavoro sulle nane brune ha attirato l’attenzione del National Geographic e le ha permesso di vincere il finanziamento concesso ai cosiddetti “Young Explorers”. La rivista ha finanziato il suo viaggio presso l’osservatorio cileno di Las Campanas, dove sta conducendo le sue ricerche.

“In Italia non avrei mai fatto quello che ho realizzato finora. Non avrei trovato mai così tanti finanziamenti per i miei progetti”

Tutte cose che, dice, “in Italia non avrei mai potuto farle, probabilmente nemmeno in Europa. Non avrei trovato mai così tanti finanziamenti per i miei progetti. In Italia avrei potuto prendere solo la borsa di studio del mio comune, da 500 euro. Qui mi sono sempre trovata nelle condizioni di poter massimizzare le opportunità, grazie alle tante scholarship offerte e grazie ai tanti mentori che dall’interno dell’università sanno valorizzare i progetti migliori”.

Il caso di Sara non è un’eccezione, perché le università americane investono talmente tanto in borse di studio che “quasi tutti ne hanno una, anche piccola” e “mediamente gli studenti riescono a pagarsi almeno la metà delle tasse universitarie”. I dati dello Ies (Institute of Education Sciences) confermano quanto detto da Sara: più dell’80% degli studenti universitari statunitensi riceve una qualche forma di incentivo finanziario. “È facile accedere ai soldi fino a un certo livello, dopodiché diventa difficilissimo – dice -. Per superare certe cifre devi lavorare duro, proporre progetti, fare colloqui, compilare decine di form”.

Nonostante tutto questo, Sara non desidera restare negli Stati Uniti e sta già lavorando per tornare nel suo continente d’origine: a ottobre ha partecipato a un convegno di artisti e scienziati presso il Cern di Ginevra. Sta collaborando con il coreografo vincitore della prima edizione del Collide@Cern, Gilles Jobin, per la creazione di una residenza artistica in Cile, nei pressi dell’osservatorio di Las Campanas. Il modello ispiratore è proprio quello del Cern. Nulla esclude che in futuro, rimbalzando fra Stati Uniti, Cile e Svizzera, Sara possa far ritorno stabilmente nel suo paese: “Io vorrei tornare in Europa, lo stile di vita americano non fa per me. Ora sto lavorando con altri ragazzi italiani a un progetto che forse potremo portare in Italia”.

di Davide Colombini

Aggiornato da Redazione Web il 14 dicembre 2015 alle ore 20.30