“La magistratura è in difficoltà. Io ho bisogno di trovare un contesto in cui operare con lo stesso entusiasmo avuto per decenni”. Raffaele Guariniello ha ufficializzato oggi il suo addio alla toga. A marzo compirà 75 anni e tra Natale e Capodanno lascerà il suo ufficio al quinto piano del Palazzo di giustizia di Torino dopo quasi cinquant’anni di carriera, prima come pretore e poi come procuratore. In quei ruoli ha svolto inchieste importanti sulla sicurezza dei lavoratori, dei malati e dei consumatori: quella sulle schedature dei dipendenti Fiat, quella sul rogo della ThyssenKrupp o sulle malattie provocate dall’Eternit; e ancora quelle sul doping nel ciclismo e nella Juventus e quella più recente sul caso “Stamina”. La scorsa settimana, però, ha scritto una lettera per dimettersi con una settimana d’anticipo sulla fine naturale dell’incarico, giusto il tempo di chiudere formalmente alcune inchieste, come quella sulla morte di Andrea Soldi, 45enne morto durante un Tso. Una decisione presa per dare un segnale.

Dottor Guariniello, altri suoi colleghi fanno ricorso alla giustizia amministrativa per non andare in pensione e lei oggi si dimette.
No, in realtà ho consegnato questa lettera alcuni giorni fa. Io non sono d’accordo con le proroghe. Mi sarei dimesso anche prima, ma in me è prevalso il senso del dovere: vorrei concludere alcune indagini.

Perché si dimette?
Perché la magistratura è in difficoltà, una difficoltà provocata dalle carenze del personale e dalle lentezze. C’è un certo senso di disaffezione ed è difficile portare avanti i processi, vanno piano e poi subentra la prescrizione (che un anno fa ha annullato la condanna a Stephan Schmidheiny, ex proprietario dell’Eternit, ndr). Il mondo della magistratura mi ha dato moltissimo, mi ha permesso di lavorare molto e liberamente, e mi ha anche illuso un po’: ho cercato di fare il bene delle persone più deboli. Abbiamo avuto un’epoca davvero felice. Abbiamo avuto decenni di grandi attività, ma ora non c’è più entusiasmo.

Nessuna divergenza con il procuratore capo Armando Spataro dopo le indagini su Volkswagen e sugli olii extravergini d’oliva?
No, per nulla. Quelle indagini sono state cointestate a lui proprio perché tra poco andrò in pensione e non si possono lasciare indagini senza paternità. Così adesso stiamo cointestando altre mie indagini ai colleghi.

Professionalmente parlando si augura di aver lasciato un’eredità?
Sì, spero di lasciare qualcosa. A Torino c’è un gruppo (il pool “Tutela degli ambienti di lavoro, dei consumatori e dei malati”, ndr) e spero che possa continuare a operare.

Cosa farà da gennaio?
Non dico ancora niente, ma ho bisogno di trovare un contesto in cui operare con lo stesso entusiasmo avuto in questi anni.

Twitter @AGiambartolomei