Si può partire da un McDonald’s per capire la potenza, la capacità di presa, che il clan dei casalesi esercitava sui vertici politici e tecnici del Comune di Trentola Ducenta, epicentro dell’operazione coordinata dalla Dda di Napoli da cui sono scaturite 28 ordinanze di custodia cautelare e che vede il sindaco Michele Griffo, accusato di concorso esterno, nei panni del ricercato. L’indagine ha permesso di svelare una fitta rete di connivenze e collusioni con l’organizzazione che fa capo al boss Michele Zagaria utili a favorire il riciclaggio dei delitti commessi. In particolare attraverso la realizzazione di un centro commerciale del valore di 60 milioni di euro, il Jambo, posto sotto sequestro, che attraverso la C.I.S Meridionale di Alessandro Falco, proprietaria del centro commerciale, aveva in Zagaria un socio occulto.

Nelle carte dell’inchiesta della Dda di Napoli – procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, pm Maresca, Ardituro, Curcio, D’Alessio e Giordano – si ricostruiscono minuziosamente i passaggi attraverso i quali le autorizzazioni a costruire il mega centro venivano “inquinate” e deviate fuori dal quadro regolatorio, estromettendo il consiglio comunale, forzando le procedure di legge, manipolando dati e perizie tecniche. La ricostruzione degli inquirenti avviene tramite collaboratori di giustizia e documenti che inchiodano i colletti bianchi non al ruolo di fiancheggiatori ma – come nel caso del sindaco-ricercato – di “istigatori della condotta criminosa”, in quanto legati direttamente o tramite interposti a Zagaria. La misura dello strapotere? Un McDonald’s che veniva fatto figurare e dichiarato in un posto, anche se in realtà era da tutt’altra parte. Per l’esattezza a distanza di 80 metri dal punto indicato in tutti i documenti tecnici attraverso i quali era stato autorizzato: dalle planimetrie allegate alla concessione alle successive varianti, perfino nei certificati di agibilità. Per 11 anni quella rivendita di hamburger, con i suoi dipendenti e avventori, ha lavorato in un luogo diverso da quello dichiarato in atti. Mai un sopralluogo ad attestare l’inesistenza del manufatto nel luogo corretto e la sua dislocazione altrove. “Nessun organo del Comune di Trentola (vigili urbani compresi) si è mai accorto della realizzazione abusiva (…) e una volta constatato l’abuso non veniva presa nessuna iniziativa sanzionatoria”. Circostanza che ha valso a diversi indagati che lavorano negli uffici comunali anche il falso ideologico. “La macroscopicità ed il numero delle illegittimità riscontrate e la loro sistematica direzione in favore della proprietà del Jambo, proverebbero da sole, ad avviso di chi scrive, la sussitenza di un dolo specifico”, scrivono gli inquirenti.

Ma fin dove si spingeva la citata “istigazione”? Lo racconta un altro reato contestato agli arrestati, quello di truffa aggravata. Una delle più importanti e gravi stigmatizzate dai magistrati riguarda i mancati incassi del Comune per gli oneri di costruzione del centro commerciale. In sostanza ogni volta che i titolari del Jambo ottenevano (illecitamente) una licenza edilizia risparmiavano centinaia di migliaia di euro nel pagamento dei contributi edificatori dovuti all’amministrazione. Il contributo dovuto, pari al 5%, sulle nuove opere veniva di fatto azzerato grazie a dichiarazioni di costi di costruzione “non soltanto bassi e discutibili, ma irrisori”. La cosa particolarmente grave, rilevano gli inquirenti, è che a fronte di “evidenti e macroscopici sottodimensionamenti dei costi”, il Comune (nella persona del suo Sindaco e del Dirigente dell’Ufficio Tecnico) che aveva, in teoria, un interesse contrapposto a quello dei titolari del Jambo, e che per taluni anni è stato anche in dissesto finanziario, non ha mai obiettato nulla.

Altro episodio illuminante delle capacità di penetrazione del clan è quello per lo svincolo di accesso al Jambo. Zagaria aveva fretta di rendere la sua “creatura” accessibile comodamente dalla superstrada che collega i comuni intorno all’area e voleva esser certo che venissero fatte come (e da chi) lui comanda. In sostanza bisognava convincere le amministrazioni comunali a fare subito una gara d’appalto e quindi ad approntare le delibere necessarie per costruire lo svincolo. Si mette subito a disposizione la macchina comunale di Trentola Ducenta che, tramite i buoni uffici del boss, arriva al punto di consegnare a mano all’impresa designata dal boss le buste delle concorrenti alla gara d’appalto per consentire all’azienda indicata dal clan formulare l’offerta che poi avrebbe vinto. E lo stesso, si legge nelle carte, avveniva per tante altre opere sottoposte ad autorizzazioni e bandi, dagli svincoli all’ampliamento del cimitero.