Prima il dato deludente, poi la precisazione. L’Istat, che venerdì aveva informato di prevedere per quest’anno una crescita del Pil limitata allo 0,7% contro lo 0,9% stimato dal governo, ora ritiene necessario specificare che quel dato va letto cum grano salis. E a ben vedere quel numero va letto come uno 0,8%. Ovvero proprio la previsione fatta pochi giorni fa da Matteo Renzi, che aveva detto: “Secondo me chiudiamo allo 0,8, anche se il Mef sostiene che sarà lo 0,9″. Ma da dove esce lo 0,1% in più? E’ presto detto: nel 2015 “il numero di giorni lavorativi è maggiore” rispetto al 2014: abbiamo lavorato tre giorni in più. E “sulla base delle regolarità empiriche registrate in serie storica si può stimare che 3 giorni in più abbiano un effetto al rialzo dell’ordine di +0,1 punti percentuali”. Di conseguenza “si può considerare che la previsione, diffusa ieri, di una crescita annua dello 0,7% riferita ai dati trimestrali equivarrebbe a una stima dello 0,8% in termini di variazione Pil annuale non corretto per gli effetti calendario detto Pil grezzo“.

“La previsione della variazione del Pil nel quarto trimestre 2015 è calcolata su dati depurati degli effetti stagionali e di calendario (questo ultimo definito anche effetto del numero di giorni lavorativi)”, spiega l’istituto nella nota diffusa sabato pomeriggio. Di conseguenza, “la stima di una crescita media annua dello 0,7% nel 2015 non è immediatamente confrontabile con la previsione formulata dal governo, pari a +0,9%, come invece messo in evidenza dalla stampa di oggi”. Bando a confronti fuorvianti tra i dati “grezzi” e quelli “corretti”, è il messaggio dell’istituto. Che rimanda poi alla “stima consuntiva della variazione del Pil annuale” che sarà diffusa l’1 marzo e compilata “considerando gli aggregati effettivi, indipendentemente dal diverso numero di giorni lavorativi presenti nell’anno”.