L’Associazione confuciana cinese ha aperto la sua prima scuola per lavoratori migranti a Jinan, capitale dello Shandong, “per arricchire le loro vite e le vite dei loro figli con la saggezza tradizionale”, riporta l’agenzia Nuova Cina. La scelta dello Shandong non è casuale, dato che Confucio nacque proprio in quella regione nel 551 AC – si dice – per la precisione nell’odierna Qufu, località che è diventato una specie di Medjugorje del confucianesimo da quando il Partito ha deciso di rilanciare il sommo pensatore. Secondo le cronache, decine di lavoratori-scolari hanno cantato in coro “Il Maestro ha detto, ‘Non è piacevole imparare e poi praticare ciò che hai imparato?’”, all’inaugurazione della scuola.

L’idea di aprire una scuola confuciana per migranti rappresenta un’operazione che in un colpo solo raggiunge più obiettivi. Da un lato, si calcola che quasi un terzo dei 40 milioni di bambini migranti siano fuori dal circuito dell’istruzione, nonostante la legge cinese preveda che ogni minore debba fare almeno nove anni di scuola. Il problema è quello dell’hukou, il sistema di residenza, che lega il diritto allo studio al luogo dove generalmente si è nati. Così, sia i migranti sia i loro figli non hanno più accesso all’insegnamento quando si trasferiscono. Ultimamente, nelle grandi città si è cercato di trovare una soluzione e sempre più giovani migranti sono accolti nelle scuole pubbliche. Ma sono troppi e gli istituti scolastici sono costretti a introdurre delle quote. Così c’è chi resta escluso. In questo caso, se non vogliono perdere il treno della conoscenza, i migranti sono costretti a fare “donazioni” alle scuole, oppure accedere alle cosiddette mingong zidi xuexiao, istituti specifici per migranti, di bassa qualità, nate da donazioni private e precarie, sempre a rischio chiusura.

Ed ecco che arriva Confucio a fornire un servizio prêt-à-porter: una scuola che – si legge – “offre lezioni di letteratura per i lavoratori migranti e dei corsi analoghi per i loro figli durante le vacanze invernali ed estive”. E visto che questa gente lavora di solito nelle costruzioni, “le lezioni si tengono in cantiere e saranno poi spostate nel successivo sito di costruzione quando il progetto precedente sarà finito”. Insomma, se l’hukou inchioda l’insegnamento al luogo di residenza, la soluzione confuciana lo rende migrante come i suoi beneficiari, al seguito del lavoro salariato.

Ma non è tutto. “Con i suoi insegnamenti, l’Associazione confuciana cinese spera di promuovere i valori che danno grande enfasi alla famiglia e all’armonia domestica”, ha detto il segretario generale dall’associazione stessa, Wang Daqian. Per quasi tutto il Novecento, Confucio è stato sinonimo di vecchiume e arretratezza e cancellato dagli insegnamenti. Negli ultimi anni, il Partito l’ha riscoperto per riempire il vuoto morale lasciato dalla fine del maoismo. Ma esistono tanti Confucio e la leadership cinese privilegia senz’altro quello che sottolinea il rispetto delle gerarchie e l’armonia, cioè l’assenza di conflitto. Soprattutto nel caso dei migranti, moltitudine potenzialmente destabilizzante.

Michael Schuman, autore del recente Confucius and the World He Created ritiene che nel boom cinese degli ultimi trent’anni manchi qualcosa: “Certo, sono diventati tutti più ricchi, ma si è perso lo spessore morale di Confucio”, sottolinea. “Ora, molti cinesi cominciano a sentirne il bisogno e il recupero dell’antico pensatore permette ci credere che si possa essere sia di successo, sia morali, senza dover per forza di cose imitare l’Occidente. Si può restare profondamente asiatici”. Musica, per le orecchie del governo cinese che cerca di espellere “pericolose” influenze occidentali come l’idea di democrazia. Secondo Bai Tongdong, un filosofo neo-confuciano, “Confucio non è anticapitalista e crede che ci sia una gerarchia naturale, ma ritiene anche che sia il governante giusto sia l’uomo di successo debbano agire per il bene collettivo”. E questo ci dice molto anche sulla campagna anti-corruzione che il presidente Xi Jinping ha lanciato fin dal suo insediamento, nel 2012.

È un Confucio selettivo, quello che va per la maggiore: sostiene l’idea di Stato imperiale più che pretendere, in quanto intellettuale, l’ascolto dei governanti e una società più giusta. Oggi, a livello anche accademico, il “maestro Kong” che tira coniuga Partito – imperatore collettivo – e meritocrazia, la formula alchemica che dovrebbe avviare la Cina verso il progresso ulteriore: innovazione, produzioni ad alto valore aggiunto, tecnologia, “società del benessere moderato” (xiaokang shehui). Intanto, i muratori migranti di Jinan cantano in coro massime confuciane, sperando che prima o poi ce ne sia un po’ anche per loro.

di Gabriele Battaglia