PARIGI – Le 21.20 passano che nessuno se ne accorge. I rumori al bancone del bar, un tavolo che ha bevuto più del solito e la musica che arriva dalla radio. Tanto non è questione di orari: le immagini degli attentati di sette giorni prima agli abitanti di rue de la Roquette ronzano in testa continuamente. Sono suoni e odori, ma anche pugnalate ai fianchi ogni volta che ci si distrae un attimo. Una settimana dopo la strage, un appello firmato da artisti e cantanti ha invitato le persone in concomitanza dell’orario degli attacchi a “faire du bruit”, a fare del “rumore” di festa, per gridare al mondo che Parigi è ancora viva. Ma nel quartiere “maledetto” in pochi hanno seguito l’invito. La lunga strada di bar e ristoranti all’ombra della Bastiglia è semi vuota, i tavolini delle terrazze faticano a riempirsi. Intanto poco distante 250 persone (e tutti under 35) sono alla veglia di preghiera della chiesa evengelica del quartiere per parlare di come affrontare la strage. “Parigi è piccola, soprattutto per noi”, dice Virginie Galas, dirigente del Theatre de la Bastille. “Qui si fa fatica ad alzare la testa: in questo quartiere ci conosciamo tutti. C’è chi ha amici coinvolti, chi invece abita vicino agli obiettivi o chi semplicemente ha paura a stare nella zona”.

L’XI arrondisement è stato ferito al cuore per due volte in un anno. A dieci passi di distanza da Rue de la Roquette c’è Rue de Charonne, là dove il 13 novembre i terroristi hanno sparato e ucciso 19 persone al bar la Belle Equipe. A venti c’è il Bataclan, la sala da concerti dove hanno perso la vita 89 persone. A quindici la redazione di Charlie Hebdo, luogo della strage del 7 gennaio scorso. Quello che ora soffre è il quartiere delle bevute a poco prezzo, degli angoli originali per chi fugge i turisti e quello dove gli studenti vanno a cercare casa nella speranza di risparmiare un po’. Per due volte in un anno gli è stato chiesto di rialzarsi in piedi e ora non ce la fa più.

“Il venerdì sera di solito abbiamo la coda fino a fuori dalla porta”. All’angolo con rue Keller c’è un chiosco che vende crepes, panini e sandwich. E’ la tappa obbligata per chi ha preso due bicchieri di troppo o per gli attacchi di fame delle 2 del mattino. Stasera a malapena si vedono i clienti. “Io ero qui al bancone e ho sentito tutte le fucilate di quella notte”, spiega il gestore. “Il quartiere sta in piedi per miracolo. I giovani hanno paura a uscire. Li capisco”.  Di fronte c’è il bar la Rotonde. Una signorina accoglie chi vuole sedersi per bere un drink nella piccola piazzetta a pochi passi dalla Bastiglia. Oggi a ostacolare la vista ci sono due macchine della polizia parcheggiate e quattro uomini armati che presidiano: “E’ vero”, spiega la ragazza, “in questi giorni sono venute meno persone. Ma passerà. Ne sono sicura”. Al bar Le Divan la storia è simile: “Abbiamo visto pochi clienti ultimamente”, dice un cameriere. Che subito viene messo a tacere dal proprietario: “E’ questione di tempo. E’ logico che adesso notiamo un calo, ma bisogna guardare fra due settimane”. Rue de la Roquette ha anche un teatro, fiore all’occhiello della programmazione culturale parigina. “Tutte le visite delle scuole sono state annullate dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza”, commenta Lola Kil. “E questo è già una grossa perdita per noi. In generale le prenotazioni resistono, ma poi in tanti rinunciano all’ultimo momento. In ogni caso ora abbiamo due guardie davanti all’ingresso”.

Rue de la Roquette mentre si svuota di parigini, si riempie di amici del quartiere che escono per cercare una spalla e dimenticare i mostri che li seguono in ogni dove. Café des Anges è il luogo di ritrovo di un gruppo di persone molto legate alla Belle Equipe: gli staff dei due locali si conoscevano bene e più volte la serata finiva tutti insieme da una o dall’altra parte. Un legame saldato non solo con i ricordi di belle serate. Ma anche dal lutto. Perché è proprio al Belle equipe che una cameriera del Café des Anges è stata falciata dai colpi di kalashnikov mentre festeggiava il suo compleanno. Così quel bar con le pareti blu e le grosse vetrate è diventato il raduno di tanti compagni e colleghi che cercano conforto. “Ieri uno di noi”, raccontano, “è finalmente uscito e ha pianto per tutta la sera. Ne aveva bisogno. Ha preso un po’ d’aria e speriamo che vada meglio. Cerchiamo di vederci spesso per darci una mano”.

video di Cosimo Caridi

L’unico posto dove c’è il tutto esaurito è la chiesa evangelica a metà della strada. All’ingresso due ragazze chiedono ai passanti se hanno voglia di partecipare, ma nella sala ci sono già oltre 200 persone. Parla il pastore della comunità locale e spiega come sia necessario non lasciarsi andare ai sentimenti di “odio e vendetta”: “Dio predica l’amore, ascoltiamolo. Anche in questo momento”. Fuori André saluta chi si è fermato anche solo per dieci minuti: “E’ tutto il giorno che giro per il quartiere chiedendo se le persone hanno voglia di pregare. Nessuno può immaginare quanti si fermano davvero a farlo”. Il quartiere maledetto è così: cerca modi per “vivre avec“, per vivere con quello che è successo. Perché combatterlo, odiarlo o negarlo serve a poco. C’è solo da viverci insieme nella speranza che prima o poi il ricordo si faccia almeno più pallido.