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Si discute parecchio, anche tra noi, nelle redazioni, di cosa sta succedendo. Di come dobbiamo inquadrare e raccontare i fatti di Parigi. Le opzioni sono molte:

1) terrorismo simile a quello degli anni Settanta in Italia, ci sono pochi fanatici islamisti circondati da un brodo di coltura di rabbia e frustrazione che garantisce ai violenti protezione e consenso.
2) E’ lo scontro di civiltà iniziato l’11 settembre, Islam contro Occidente, e l’Occidente sta perdendo perché mentre i terroristi possono farlo soffrire, il nemico è impalpabile, privo di regole e morale, spietato.
3) La religione, l’Islam e la mitologia del Califfato sono tutte sovrastrutture, addobbi di una questione geopolitica molto precisa, cioè il caos in cui è sprofondato (con l’aiuto degli Stati Uniti e di tutti noi) il Medio Oriente.

Con la premessa che del massacro di Parigi, sappiamo ancora poco, io tendo a propendere per la terza risposta. Non mi sembra che l’Isis, il sedicente Stato Islamico, si muova approfittando di una vasta zona grigia di musulmani consenzienti in Occidente. Il fenomeno dei foreign fighters resta minoritario, dalla Francia – il Paese più prolifico di combattenti – sono partite 1550 persone per andare sul fronte, in Siria. Tante, ma comunque una minuscola minoranza dei musulmani francesi. Chiedere – come è rito – che “i musulmani moderati” si dissocino dall’Isis equivale a pretendere che ogni italiano prenda pubblicamente le distanze dalla Mafia. Quanti di voi si sono sentiti personalmente coinvolti nella strage di ‘ndrangheta di Duisburg nel 2007? Siete intervenuti pubblicamente spiegando che “non tutti gli italiani sono affiliati alla criminalità organizzata”? Ne dubito.

Ai tempi di Al Quaeda, dopo l’11 settembre, in effetti si è respirato un clima di conflitto di civiltà. Alimentato da entrambi i lati, con Osama Bin Laden che voleva seminare il terrore tra gli infedeli e George W. Bush determinato a esportare la democrazia. Oggi è diverso: l’Isis non è un’entità di “terrore in franchising” come Al Quaeda, il suo obiettivo non pare essere quello di creare connessioni tra frustrati, disperati, repressi e violenti di vario genere sparsi nel mondo, soprattutto nelle periferie dell’Occidente.

L’Isis è una potenza militare, bel localizzata, che combatte, conquista e spesso anche perde, in posti ben precisi, soprattutto la Siria, l’Iraq e la Libia. E’ la sua forza, perché ha creato embrioni di amministrazione, consenso, economia (con il traffico di petrolio di cui in tanti, anche coloro che ufficialmente lo combattono beneficiano), perfino welfare. Ma è anche la sua debolezza: Al Quaeda cresceva e si moltiplicava con il terrore, avanzava nel campo di battaglia degli animi, l’Isis ha bisogno di fuoristrada Toyota, fucili, città.

Il sedicente Califfato è nato con la conquista di Mosul, nel giugno 2014, e lega la sua sopravvivenza al controllo del territorio. Se la sua storia di successi militari dovesse interrompersi, come periodicamente sembra avvenire (come due giorni fa, quando i peshmerga curdi hanno riconquistato la città yazida di Sinjar), anche la sua capacità di attrazione diventerebbe polvere in un attimo.

Questa guerra non si vince sul piano dei valori. Va benissimo esorcizzare la paura con un tweet, che sia #jesuischarlie o #prayforparis, ma questa non è una battaglia per conquistare “i cuori e le menti”. E’ una guerra che si combatte sul campo. Risolvendo due disastri che per troppo tempo abbiamo lasciato incancrenire, cioè la Libia e la Siria, bloccati dalla paura di un nuovo Iraq e – soprattutto – dalle posizioni della Russia di Vladimir Putin. Che continua, tuttora, a sostenere il dittatore criminale Bashar al Assad in Siria, anche con interventi militari diretti. E per questo, probabilmente, è stato abbattuto un jet pieno di passeggeri russi in Egitto.

Le reazioni immediate, quelle del partito “aveva ragione Oriana Fallaci, dobbiamo ribellarci all’Eurabia”, creano un nesso tra il problema delle migrazioni e quello del terrorismo. Sono due problemi, certo, due enormi sfide a cui vanno incontro le nostre società. Ma sono due problemi diversi. Che possono però avere una soluzione comune: stabilizzare i Paesi da cui partono i migranti, dove, in molti casi, l’Isis spadroneggia. E purtroppo non sembrano esserci molti modi diversi da un intervento sul terreno. I droni non bastano e producono molte vittime collaterali. Il fatto che siano vittime locali e non di soldati bianchi non può essere un argomento a loro favore.

Ma chiudere le frontiere, varare leggi restrittive sull’immigrazione, punire per colpe non loro i tanti musulmani che vivono in pace tra noi, è un ottimo sistema per peggiorare la situazione. Guardate cos’è successo alla Turchia: se dieci anni fa avessimo accelerato il suo processo di avvicinamento all’Unione europea, forse avremmo evitato la sua degenerazione autoritaria e oggi sarebbe una solida barriera contro l’Isis, invece che la protagonista di una zona grigia nella quale il nemico (l’Isis) del mio nemico (i curdi) finisce per diventare quasi un amico.