Da teorico del “superamento dell’ordinamento capitalistico” a ministro dell’Economia di un Paese a libera economia di mercato. È forse questa la più incredibile capriola di Pier Carlo Padoan, che è diventato titolare del Tesoro dopo aver ipotizzato in gioventù l’abbandono della “logica keynesiana (cioè borghese)” sulla rivista Critica marxista. Ma forse l’articolo, riportato alla luce dall’Unità, è solo un’ingenua svista di gioventù. Non si può dire lo stesso delle più recenti giravolte. Qualche esempio? Una manciata di giorni fa il numero uno di via XX settembre si è detto favorevole ad alzare a 3mila euro il tetto per i pagamenti in contanti. Ma, solo pochi mesi prima, sosteneva l’esatto inverso. Stesso copione sul tema dell’eliminazione della tassa sulla prima casa, che da capo economista dell’Ocse non riteneva una mossa corretta da parte del governo. Salvo poi ripensarci su invito di Renzi. Che si tratti di pura casualità? Difficile bollare così le acrobazie di un ministro “tecnico” che s’intende di statistiche, di macroeconomia e di manovre di bilancio.

Nei palazzi romani, l’impressione è piuttosto che il Padoan politico stia facendo duramente a cazzotti con quello economista. Con il primo che sta avendo la meglio sul secondo. Prova ne è il fatto che, già un anno fa, Padoan confidò al suo entourage di avere una “gran voglia di mollare” perché stava “infangando trent’anni di onorata carriera”. Da allora, la situazione non deve essere migliorata un granché, ma il ministro tiene duro facendo appello alle doti istrioniche apprese nei salotti della politica romana.

L’intera carriera dell’attuale ministro è stata infatti costruita all’ombra della sinistra. Da giovane laureato in economia alla Sapienza, Padoan, classe 1950, frequenta gli intellettuali dei circoli rossi di Roma, sua città natale. Conquista rapidamente la cattedra accademica, ma il salto di qualità arriva solo alla fine degli anni Novanta. Non con un incarico in un’università straniera o un riconoscimento alla carriera, ma con una consulenza a Palazzo Chigi. A volerlo con lui è l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema che è alla ricerca di nuovi spunti di lavoro. Così Padoan viene chiamato con Nicola Rossi e Marcello Messori a formare una sorta di think tank economico-finanziario a uso e consumo dell’allora premier che, reggente Renzi, lo sponsorizzerà ai vertici del ministero dell’Economia. Non solo: il sodalizio con D’Alema e con Giuliano Amato gli varrà anche la direzione di Italianieuropei, la fondazione dell’ex presidente del Consiglio che ancora oggi sostiene la “promozione competitiva di nuove classi dirigenti nella politica e nell’economia”.

A Palazzo Chigi, Padoan fa esperienze importanti e rinsalda vecchie amicizie. Finché per l’ex critico marxista non arriva un prestigioso incarico al Fondo monetario internazionale. Nel tempio della finanza mondiale, gli viene affidato lo spinoso caso greco. Sono questi gli anni in cui l’economista accantona definitivamente le velleità giovanili per sposare la causa del capitalismo e sponsorizzare il rigore nei conti pubblici. La questione del risanamento diventa per lui un leitmotiv che ripropone anche da vicesegretario (2007-2014) e capoeconomista (2009) dell’Ocse.

Le teorie di Padoan su Atene però non convincono proprio tutti. Anche perché la crisi in Grecia non accenna a fermarsi grazie all’austerity. Così Padoan si becca anche una critica del premio Nobel per l’economia Paul Krungman, via New York Times. “Certe volte gli economisti che ricoprono incarichi ufficiali danno cattivi consigli; altre volte danno consigli ancora peggiori; altre volte lavorano all’Ocse”, scrive l’economista americano neokeynesiano, che contesta duramente la politica del rigore sposata da Padoan. Su questo punto, però, il ministro non è tornato indietro: il rigore dei bilanci è l’unica strada possibile per la crescita. Per questo Padoan, mentre loda il sistema bancario italiano per aver “servito l’economia” nonostante abbia “sofferto tantissimo”, continua a tentare di far quadrare i conti nel rispetto degli impegni presi con Bruxelles. Anche perché, come spiega a dicembre 2014, “sforare il 3% non porta più crescita”. A meno che sia Renzi a chiederlo naturalmente.