La spending review dimezzata? “Ha vinto la sensibilità politica di Renzi”. La retromarcia sul tetto all’uso del contante? “Ho cambiato idea“. Così il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si è giustificato durante un forum con la redazione de Il Sole 24 Ore che gli ha chiesto conto delle giravolte su diversi punti chiave della legge di Stabilità. Il titolare del Tesoro, dopo aver annunciato che la pressione fiscale con la manovra “scenderà dal 44,2 per cento previsto nei tendenziali al 42,4%“, ha spiegato che se il taglio della spesa pubblica improduttiva si fermerà poco sopra i 5 miliardi contro i 10 prefigurati fino a settembre, è perché “ci sono state diversità di opinioni” e “la maggiore sensibilità politica del presidente del consiglio si è imposta di fronte a una richiesta un po’ brutale del ministro tecnico sul riordino delle tax expenditures“. Cioè le deduzioni e detrazioni fiscali. Ridurle, ha ammesso Renzi presentando la manovra, avrebbe significato aumentare le tasse. La scelta politica è stata di non farlo. E “il brutale ministro tecnico”, cioè lo stesso Padoan, ha dovuto abbozzare.

Quanto al discusso aumento di tre volte, da mille a 3mila euro, del limite massimo entro cui è consentito pagare in contante, a Padoan nei giorni scorsi è stato fatto ricordato che lui stesso solo nel novembre 2014, rispondendo a un question time alla Camera, aveva sottolineato come la scelta di limitare il cash sia “motivata dall’esigenza di fare emergere le economie sommerse” e “contrastare il riciclaggio dei capitali di provenienza illecita, l’evasione e l’elusione fiscale“. “Ho cambiato idea”, è la spiegazione del ministro. “Rivendico il diritto a farlo. Dopo aver esaminato meglio la questione, l’evidenza mi dice adesso che non c’è una correlazione tra limite al contante e dimensione dell’economia sommersa”.

Infine il capitolo coperture: la manovra, fa notare Il Sole, è finanziata per la maggior parte in deficit, invocando diverse “clausole di flessibilità” per giustificarlo con la Commissione Ue. E elimina le clausole di salvaguardia, cioè gli aumenti automatici di imposte che scattano a meno che l’esecutivo non trovi fondi corrispondenti, solo per il 2016. Il ministro ammette che “nel 2017 restano da disinnescare 14 miliardi di 26 previsti e nel 2018 circa 19 miliardi sui 29 della clausola” e “su 72 miliardi è previsto un taglio per la metà, vale a dire 36 miliardi nel prossimo triennio”. Insomma, lo scoppio della “bomba” è rimandato di un anno e il governo dovrà farci i conti tra esattamente 12 mesi. Pena un incremento esponenziale di Iva e accise.