Un referendum forte di 25 milioni di voti chiuse la partita nel 1987. Una lettera formato A4 con una sola firma, 28 anni dopo, dimostra quanto l’Italia del post-nucleare sia lontana dalla meta. Due giorni fa l’ad di Sogin Spa, la società incaricata del decommissioning degli impianti nucleari, se n’è andato sbattendo la porta. Riccardo Casale, dopo due anni, ha rassegnato il proprio mandato nelle mani dell’azionista, il ministero del Tesoro. La società ha convocato un cda urgente per correre ai ripari. La notizia è stata riportata nei tagli bassi delle pagine economiche, sotto il titolo: “Bufera su Sogin””. Ma la lettera di dimissioni, recuperata dal fattoquotidiano.it, dice molto di più (scarica).

Cita espressamente il rischio di “illeciti penali“. Racconta di una situazione ormai allo sbando tra inerzia operativa, riduzione dei fondi e ritardi che hanno compromesso l’andamento delle attività e il raggiungimento degli obiettivi. E dunque accende una spia rossa per il governo che, fuori tempo massimo, si ritrova oggi a fare i conti con una grana gigantesca sfuggitagli di mano da tempo. Sogin, del resto, non è proprio l’ultima delle municipalizzate dei rifiuti: è la società pubblica incaricata di gestire la delicata partita del decomissioning italiano, compresa l’individuazione del deposito nazionale delle scorie radioattive. Cosa funziona o non funziona lì dentro, ai piani alti dell’azienda a controllo pubblico, è una questione di interesse nazionale che investe la sicurezza dei cittadini e dell’ambiente. Lo dimostra, una volta di più, la questione del deposito nazionale delle scorie: era stata promessa per il 20 agosto la lista delle “aree idonee”, a distanza di due mesi ancora non c’è.

Deflagra dunque solo ora il caso Sogin, anche se le dimissioni non sono affatto un fulmine a ciel sereno. Tutt’altro, lo si capisce anche dalla lettera. Sono invece il risultato di un problema che covava da tempo ed era ben noto a Parlamento e Governo. Alle commissioni che, audizione dopo audizione, avevano avuto tutti i segnali di una situazione potenzialmente esplosiva. In particolare del progressivo rallentamento delle attività di smantellamento che ha portato a un taglio di 120 milioni solo il triennio 2015-2017. Lo ricorda il presidente della commissione d’inchiesta sui rifiuti, Alessandro Bratti: “Che ci fosse una situazione complicata era noto. La commissione d’inchiesta sui rifiuti ha prodotto una relazione che evidenziava tutte le criticità in seno alla società”. Lo stesso concetto viene ribadito ora da un’interrogazione parlamentare dei Cinque Stelle (leggi) che chiamano in causa direttamente i ministri Padoan e Guidi. Non basta, infatti, la versione ufficiale che accredita la decisione di Casale come epilogo di contrasti interni tra il professore-presidente Giuseppe Zollino e il braccio operativo (che pure ci sono).

Proprio i senatori M5S, infatti, già il 23 luglio scorso avevano chiesto ai ministri di vigilare sulla questione per evitare “il blocco delle attività di messa in sicurezza e il mancato rinnovo contrattuale dei numerosi occupati precari coinvolti nelle attività”. Nessuna risposta. Silenzio sulla questione, anche se tutti sapevano che sarebbe esplosa. A breve il concetto sarà ribadito da un’interrogazione del Pd che recita: “La commissione Industria, commercio, turismo del Senato rilevò l’esistenza del problema nel novembre 2014 attraverso le audizioni dell’amministratore delegato e del presidente della Sogin, e numerosi senatori della stessa commissione denunciarono la situazione con una lettera alla ministra dello Sviluppo economico, deputato al controllo della Sogin, e al ministro dell’Economia e delle finanze, in quanto azionista”. Ancora una volta, nessuna risposta. Ci è voluta quella di dimissioni di Casale, dopo due anni, perché il problema diventasse ineludibile.

La lettera di addio, dunque. La data in calce dimostra che Casale ha scelto con cura il momento, proprio perché non potessero essere ignorate. Il 31 ottobre, infatti, il cda deve deliberare il piano industriale per i prossimi quattro anni e in assenza di amministratore non lo può fare. Quindi il governo deve intervenire, indicando un sostituto o nominando un commissario. Alcuni passaggi del testo sono poi un atto d’accusa diretto, frontale. Casale parla di “problemi gravi” dettati dallo stato di inerzia dell’operativa di Sogin determinati da un cda “sfiancato da interminabili e sterili polemiche instillate irresponsabilmente da chi lo presiede” in quanto “attarda sempre più su questioni di micro-management mentre manca di visione e non è più in grado di deliberare con la necessaria serenità”.

Ogni riferimento è diretto al presidente Zollino. Ma c’è di più. “La governance societaria, profondamente inadatta, andrà ripensata”, scrive Casale, ribadendo la necessità di “una nuova Sogin se si vuole andare avanti”. L’ex amministratore denuncia quindi le ripercussioni gravi dell’inerzia, troppo a lungo tollerata. “I verbali – si legge – attendono da quasi cinque mesi di essere approvati, il consiglio non viene convocato da quasi 4 mesi, opere soggette a prescrizione Via non vengono deliberate con il rischio di illeciti penali e ormai si è fuori tempo massimo per l’approvazione del piano quadriennale”. Questo è il punto delicato. Perché a ritardo ora si accumula ritardo. E la convocazione d’urgenza del cda, senza una presa di posizione del governo sull’accaduto, non potrà colmarlo facilmente. E insieme raccogliere anche i cocci.