galantino 675Impossibile non chiamarla ingerenza. Ma davanti alle continue esternazioni del numero due della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino, questa volta sulle unioni civili, non ci sono altre espressioni possibili. Soprattutto toccando con mano la narcisistica volontà di apparire continuamente sulle prime pagine dei giornali, lasciando il confessionale e la sagrestia in un’idea di “Chiesa in uscita” non certamente bergogliana. Eppure ciò merita di essere fatto con stile, quello che era proprio di un vero “Richelieu della politica italiana” come il cardinale Camillo Ruini. Anche perché ciò avviene in un Paese in cui Giorgio La Pira, più santo che parlamentare, voleva introdurre all’inizio del testo partorito dalla Costituente la formula: “In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione”. Proposta poi ritirata dallo stesso La Pira, che all’epoca non ottenne nemmeno il gradimento dell’allora sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, oggi beato.

Espressioni forti contro la classe politica, definita “piccolo harem di cooptati e di furbi”, si alternano in un irruente fiume in piena dell’antropologo cattedratico divenuto pastore. Un palcoscenico, quello di Galantino, conquistato anche a dispetto dell’importante lavoro svolto dal suo diretto predecessore, monsignor Mariano Crociata, spedito dal Papa a Latina, quasi come se la sua “promozione” nella diocesi laziale fosse stata essenziale per allineare la Cei al pontificato di Bergoglio. Un ruolo, quello svolto da Galantino che in ogni discorso ci tiene a precisare non poche volte il suo rapporto confidenziale con il Papa, vissuto come se al vertice della Conferenza episcopale italiana non ci sia un presidente che risponde al nome di Angelo Bagnasco.

Nessuno mette in dubbio la libertà di espressione del segretario della Cei, sancita per lui come per tutti dalla Costituzione, diritto umano fondamentale. Ciò che suscita perplessità è l’ingerenza continua nella vita politica del Paese. Su questo aspetto Bergoglio è stato chiarissimo sottolineando, nel primo incontro con la Cei pochi mesi dopo la sua elezione, che il “primo compito” della “Chiesa in Italia” è “il dialogo con le istituzioni culturali, sociali, politiche”. Dialogo appunto, espressione usata da un Papa che in Argentina è stato a lungo presidente della Conferenza episcopale del suo Paese, non ingerenza. Eppure Bergoglio a Buenos Aires ha sempre attaccato duramente il governo di Néstor e poi della moglie Cristina Kirchner. Nel 2010, in occasione del dibattito sulla legge sui matrimoni gay, il futuro Papa si oppose duramente come un vero, forse l’unico, leader politico.

Ciò che marca la differenza tra Bergoglio e Galantino è, innanzitutto, lo stile di un’ingerenza che trova ancora più terreno fertile nella disintegrazione delle forze politiche e nel loro riassestamento, come piccoli atomi, a secondo delle opportunità elettorali. In questo scenario la benedizione della Chiesa conta più che mai per accreditarsi come eredi di una tradizione talmente lontana che i De Gasperi e i La Pira appaiono troppo sbiaditi in lontananza. Ma che alla fine, se nel segreto della cabina elettorale non smuove più tanti voti come all’epoca di Paolo VI e della Democrazia cristiana, almeno evita figuracce papali come quella capitata a Ignazio Marino nel suo “pellegrinaggio” a Philadelphia, in cui però a essere beneficiati del “miracolo” sono stati i romani.