Perché ogni tanto penso che Guccini abbia parlato di Sartre senza aver mai avuto bisogno di citarlo
Ogni tanto penso che Guccini abbia parlato di Sartre senza aver mai avuto bisogno di citarlo.
Non perché Guccini fosse un filosofo, e nemmeno perché le sue canzoni fossero trattati di filosofia. È che certe domande, quando uno le porta avanti per tutta la vita, prima o poi finiscono nelle canzoni, nei libri, nelle chiacchiere al bar. Una di queste domande è abbastanza semplice: che ci facciamo con la nostra vita?
Sartre, detto in maniera molto terra terra, sosteneva che prima esistiamo e poi diventiamo quello che siamo. Non arriviamo al mondo con un’etichetta attaccata addosso. Non siamo già padre, marito, comunista, cattolico, borghese, rivoluzionario, fallito, vincente. Ci diventiamo. E soprattutto scegliamo.
Questa è la parte che mi è sempre sembrata più complicata. Perché sentirsi liberi è bello. Essere liberi un po’ meno. Perché se sei libero, prima o poi devi anche ammettere che alcune cose le hai scelte tu. Non tutte, naturalmente. La vita non funziona così. Ci sono cose che ci capitano addosso e basta. Il posto dove nasci, la famiglia, certe malattie, certi incontri, certe botte che non avevi chiesto. Ma dentro quello che ci capita, qualcosa lo scegliamo. E quando guardiamo indietro, spesso scopriamo che abbiamo fatto delle scelte di cui non siamo proprio fieri.
È qui che, secondo me, entra Guccini. Perché nei suoi personaggi c’è sempre qualcuno che guarda indietro. Guarda gli amici di una volta. Le donne. Le idee. Le serate. Le città. Le illusioni. E si accorge che nel frattempo è passato il tempo. Questa cosa del tempo Guccini la sa raccontare benissimo. Non come uno che ti viene a dire che il tempo passa, che è una banalità. Lo racconta attraverso le persone che non ci sono più. Attraverso quello che non facciamo più. Attraverso i posti nei quali torni e che non sono più gli stessi. E soprattutto attraverso quello che non siamo più noi.
Perché questo è il problema. Noi siamo pieni di fotografie di persone che siamo stati. E ogni tanto ci capita di guardarle e pensare: ma quello ero davvero io? Sì. E no. E qui Sartre avrebbe qualcosa da dire. Perché per Sartre non siamo mai completamente quello che siamo stati. Possiamo cambiare. Possiamo scegliere ancora. Possiamo perfino mandare tutto a puttane e ricominciare. Il problema è che questa possibilità, quando hai vent’anni, sembra una libertà. Quando ne hai cinquanta, può sembrare una responsabilità. Perché a vent’anni puoi raccontarti che hai tutto davanti. A cinquanta hai anche parecchio dietro. E quello che hai dietro pesa.
Pesano le scelte sbagliate. Pesano le persone che hai perso. Pesano quelle che hai lasciato andare. Pesano anche quelle che hai tenuto quando forse sarebbe stato meglio lasciarle andare. E poi ci sono tutte quelle frasi che ci raccontiamo per stare tranquilli. “Sono fatto così.” “Non posso cambiare.” “Ormai è andata.” “È colpa delle circostanze.” A volte è vero. A volte no. A volte “sono fatto così” è soltanto il modo più comodo per non prenderci la responsabilità di quello che facciamo.
Sartre avrebbe chiamato questa cosa in un altro modo. Io la chiamo semplicemente una scusa. Guccini, invece, non sembra avere bisogno di giudicare nessuno. Racconta. E mentre racconta, ci mette davanti uno specchio. Dentro quello specchio ci siamo noi. Quelli che hanno avuto vent’anni. Quelli che hanno creduto in qualcosa. Quelli che hanno pensato che certe amicizie sarebbero durate per sempre. Quelli che si sono innamorati credendo che fosse per sempre. Quelli che hanno cambiato idea. Quelli che non l’hanno cambiata abbastanza. Quelli che hanno preso un treno. E quelli che l’hanno perso.
Forse è per questo che Guccini continua a parlare a persone di età diverse. Perché non racconta soltanto una generazione. Racconta una condizione umana. Quella di uno che cerca di capire cosa farsene della propria vita mentre la vita, nel frattempo, va avanti per conto suo. Ed è qui che, secondo me, Guccini e Sartre si incontrano. Uno lo fa attraverso la filosofia. L’altro attraverso le canzoni. Ma entrambi, alla fine, arrivano davanti alla stessa porta. Non c’è nessuno che viene a dirci chi siamo. Non c’è un libretto di istruzioni. Non c’è nemmeno sempre un senso da trovare. Ci siamo noi, con quello che abbiamo fatto e con quello che ancora possiamo fare.
E questa, forse, è la fregatura. Ma è anche l’unica libertà che abbiamo. Possiamo continuare a raccontarci che siamo quelli di ieri. Oppure possiamo accettare che quelli di ieri non ci sono più. E provare, ancora una volta, a diventare qualcun altro. Anche se non sappiamo bene chi. Che poi, a pensarci, forse è tutta qui la faccenda. Sartre la chiamava esistenza. Guccini probabilmente ci avrebbe scritto una canzone. Io, più modestamente, mi limito a pensarci mentre bevo un bicchiere di vino.