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‘Trionfi la giustizia proletaria’, cantava Guccini. Cinquant’anni dopo, come stanno le cose?

Avremmo bisogno di "giustizia proletaria", intesa come riscatto sociale e risposta a tutte le storture, molto più oggi che cinquant'anni fa
‘Trionfi la giustizia proletaria’, cantava Guccini. Cinquant’anni dopo, come stanno le cose?
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di Massimo Santantonio

“Trionfi la giustizia proletaria” era la frase che Guccini faceva dire all’anarchico protagonista di quella sua celebre canzone. E il pubblico che la ascoltava a quel punto la gridava alzando il braccio col pugno chiuso, magari ignorando come la stessa frase non rispecchiasse necessariamente le idee di chi l’aveva scritta, ma certamente desiderando un mondo più giusto. Una generazione di poveri illusi, si è detto e scritto. Bene.

Ma veniamo ad oggi: come stanno le cose cinquant’anni dopo?

Le disparità di classe sono enormemente aumentate, con sperequazioni economiche semplicemente pazzesche. Lo sfruttamento del lavoro è peggiorato, ad esempio con lo schiavismo praticato dai proprietari terrieri italiani verso i braccianti irregolari e non. La percezione di impunità, di legge non uguale per tutti, dei potenti rispetto al resto della popolazione è sempre più viva, rinfocolata ogni giorno non solo da decisioni ripugnanti prese in spudorata difesa degli appartenenti alla “casta” ma in parallelo dalla continua delegittimazione della magistratura, iniziata con la sistematica persecuzione dei magistrati da parte di un delinquente Presidente del Consiglio.

La sensazione che la “furbizia” criminale, come quella di chi evade, elude o froda il fisco, dopo essere stata sdoganata dal berlusconismo sia non solo tollerata ma incoraggiata (“pizzo di stato”), è più che mai viva. Lo svilimento di chi non produce merci tangibili ma cultura ed istruzione è reso palese dall’oggettivo impoverimento degli insegnanti, frutto di scelte politiche ispirate dall’idea che cultura ed istruzione possano essere degli optional in un modello sociale in cui ad esempio vendere la propria avvenenza fisica è considerato non una questionabile scorciatoia ma un comportamento da imitare: retribuire poco qualcuno, in una società in cui si afferma il concetto che uno vale quello che costa, è un disegno politico.

Sempre con riferimento agli anni di quella canzone, vedere come tra le massime cariche dello stato vi siano quanti, condividendone idee e giovanile militanza politica, si schierano con atteggiamenti negazionisti a difesa dei responsabili (definiti come tali da sentenze definitive) delle stragi fasciste che funestarono quella stagione, è certamente un segnale di regresso etico di una classe politica. La libertà di espressione è limitata da provvedimenti che puniscono anche dimostrazioni pacifiche, oltre che da fermi preventivi tipici di uno stato di polizia. La repressione della libertà di stampa ed informazione, iniziata con l'”editto bulgaro” di Berlusconi contro Santoro, Biagi e Luttazzi, è sempre più palese, con assurdità quali gli attacchi a un giornalista vittima di un attentato dinamitardo.

La regressione in fatto di diritti civili, come gli ostacoli posti davanti a donne decise ad abortire o l’ossessione contro le politiche “woke”, che sono il sacrosanto manifesto della tolleranza in fatto di orientamenti sessuali, segna una inversione di tendenza rispetto a conquiste faticosissimamente raggiunte.

Potrei ovviamente continuare a lungo, ma la mia riflessione è semplice: avremmo bisogno di “giustizia proletaria”, intesa come riscatto sociale e risposta a tutte le storture ed ingiustizie sopra elencate, molto più oggi che cinquant’anni fa. Ecco, l’ho detto.

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